martedì 20 novembre 2018

23

High Times- hai paura di morire?


Bukowski-Chi, io? Diavolo, no! Ci sono andato molto vicino un paio di volte, non ho paura. Quando ci sei così vicino ti senti anche bene. Ti dici"Ok, ok . Penso che , specialmente se non credi in un Dio , non ti preoccupi se finirai all'inferno o in paradiso, ti rilassi e basta qualsiasi sia il posto dove sei destinato. Ci sarà un cambiamento, proietteranno un nuovo film, qualsiasi cosa sia dici"Ok". Quando avevo 35 anni mi avevano dato per spacciato all'ospedale generale. Sono uscito dall'ospedale-mi avevano detto di non bere più un solo bicchiere o sarei morto-e il primo posto dove sono andato è stato un bar e mi sono bevuto una birra. No, due birre!


High Times-cos'era quella? Una sida alla vita?


No, una sfida a tutti quelli che ti raccontano menzogne. La morte è bella, la morte è bella o brutta. Sai come si dice:"Il viaggio più lungo". Vivere con qualcuno con cui non ti piace vivere è molto peggio che morire; sgobbare otto ore al giorno per un lavoro che odi è peggio che morire.


Il sole bacia i belli


Pezzo da antologia, anche questo. Tratto da un libro di interviste. E' incredibile , la trascrizione delle interviste concesse oralmente da Bukowski, sulla pagina scritta irradia la stessa luce dello scritto puro. C'è qualcosa che Bukowski ha preso da Nietzsche. Ora Bukowski dice spesso che ha letto molto da giovane e che poi da un certo punto in poi è diventato molto esigente, riguardo alle letture. Può darsi che sia vero, ciò che dice  o può anche darsi che sia la proiezione della sua volontà nell'aver immaginato di comportarsi così. Ad ogni modo,- certo che Nietzsche sia stato un suo fratello antisociale antelitteram-come il filosofo tedesco che a causa dei problemi alla vista e di salute, ad un certo punto abbia dovuto scegliere tra il produrre pensieri gloriosi e metterli su carta e leggere gli altri filosofi, propendendo per il non leggere nient'altro che i propri scritti-anche Bukowski , specialmente quando ha iniziato a pubblicare come scrittore professionista, ha cessato di leggere gli altri. Lo annoiavano a morte! Spesso tra gli autori più noiosi cita Tolstoj e Norman Mailer, mentre Nietzsche e Celine sono i suoi preferiti. Per quanto Celine sia di un lamentoso terrificante e pesante. Ma ha la stessa vena sarcastica e scatologica, specie nell'uso dei termini volgari, che, nella musicalità del verso scritto, ci vanno sempre a pennello. E anche in questo brano, in questo pezzo tratto da una più lunga intervista, torna un Bukowski geniale, filosofo nell'esprimere concetti complessi riguardanti, in questo caso, l'argomento del fine vita, un Bukowski che applica ancora una volta, alla parola parlata ( e qui si ha la misura di come chi scrive finisce per parlare come scrive e viceversa realizzando la magia perfetta), il gergo semplice di strada mutuato dalle fabbriche, dai mattatoi, dai magazzini e dagli uffici postali, uno dei suoi mantra preferiti:" il genio è la capacità di rendere con parole semplici concetti complessi". E di divulgarli alla gente comune, aggiungo io, al popolo. Eversivo, come al solito, nella parte finale, dove in definitiva ci ricorda che esistono morti peggiori di quelle fisiche, le morti di chi è fisicamente vivo e culturalmente e socialmente morto.

giovedì 15 novembre 2018

22

Sicurezza


la casa dei vicini
mi rattrista
marito e moglie si alzano presto
e vanno al lavoro,
tornano a casa nel tardo pomeriggio,
hanno un bambino e una bambina.
alle 9 di sera tutte le luci della casa
si spengono.
il mattino dopo l'uomo e la donna
si alzano di nuovo presto
e vanno al lavoro.
tornano nel tardo pomeriggio.
alle 9 di sera tutte le luci
si spengono.


la casa dei vicini
mi rattrista.
quella gente e brava gente,
mi piacciono.


ma sento che affogano,
e non posso salvarli.


sopravvivono,
non sono dei senzaetto.


ma il prezzo è
terribile.


a volte durante il giorno
guardo la casa
e la casa guarda
me
e piange,
sì, davvero, la sento
piangere.


la casa è triste
per la gente che ci vive
dentro
e lo sono anch'io
e io e lei ci guardiamo
e auto vanno su e giù
per strada,
barche attraversano il porto
e gli alti alberi di palma
rovistano il cielo
e stasera alle 9
si spegnerà la luce,
e non solo in quella
casa
e non solo in questa
città
vite sicure si nascondono,
quasi
si fermano
corpi che
respirano e poco
d'altro.


Il Grande, poesie, terzo volume.


Bukowski dalla sua finestra, l'occhio sul mondo, osserva. Parafrasando Charles Schultz che fa dire a Linus , "amo l'umanità è la gente che non sopporto", Bukowski pone il suo occhio sul mondo, sul fluire della vita. E della morte. Che fa parte della vita. Anche molto spesso quando si crede di essere in vita. Stiamo parlando della morte sociale di ciascuno di noi. Il sistema di vita occidentale è il perfetto archetipo dell'equilibrio della sopravvivenza. Camminiamo tutti sul filo della lama di un rasoio con scarpe di cuoio la cui suola va consumandosi pian piano. Pensiamo di essere felici, al riparo da tutto, perché abbiamo le nostre comodità piccolo-borghesi, una casa, una macchina , un lavoro. Ma se salta uno stipendio cadiamo nella più cupa disperazione. Ed è questo equilibrio del terrore che ci fa sopravvivere senza tuttavia vivere pienamente le nostre vite. Viviamo per lavorare, anziché lavorare per vivere. E le poche cose che possiamo permetterci, la pizza il sabato sera, la partita di calcio la domenica, un gelato di quando in quando, il cinema con scoppiettanti pop corn che scartavetriamo sotto denti instabili che preghiamo miracolosamente di resistere per non dover accendere un altro finanziamento, una settimana in montagna e una al mare, crediamo possano bastarci a dare un senso alle nostre vite: di genitori. Per tutto il giorno siamo assenti, impegnati a produrre beni e servizi che arricchiscono altri, i nostri figli nemmeno c conoscono. Siamo i loro datori di lavoro ed elargiamo paghette pregando di non trovare sacchetti di marijuana sotto i loro cuscini. La società americana degli anni '50 e '60 dentro la quale Bukowski vive, come un microrganismo nel buio di questo immenso calzino rivoltato è stata letteralmente pantografata ed esportata ai giorni nostri in Europa, in Italia. Bukowski osserva tutto ciò che gli accade intorno e lo analizza con la semplicità disarmante di un linguaggio crudo, di strada, che ha il compito, geniale, di distillare analisi precise, puntuali, crudeli e illuminanti, al tempo stesso. Ecco molto spesso anch'io osservo tutto ciò che mi accade intorno con lo stesso spirito e i racconti del vecchio Hank mi portano grande sollievo. NON SONO PAZZO. Qualcun'altro ha pensato le stesse cose 30-40 anni prima di me. E ha osservato e si è fatto un'idea secondo un'angolatura diametralmente opposta a quella della maggior parte degli esseri umani che popolavano le nostre città, i nostri borghi, le nostre strade, i luoghi di lavori, gli stadi, le discoteche. Ecco, in questo mi consola Bukowski, trovo rifugio nei suoi racconti, nelle sue poesie, intrise di questo atteggiamento sarcastico, di chi sa che cambiare il mondo è un illusione ma non può fare a meno di vivere nel modo in cui vive. Sia considerato o meno antisociale. Non importa. Bukowski è mio fratello. E anche lui ha avuto altri fratelli, altri scrittori che gli hanno dato gioia e gli hanno insegnato a guardare gli altri con quest'angolatura. Come Dostoevskij, per esempio. Il punto di vista di una telecamera dotata di pensiero, che, Kantianamente, osserva la realtà come la rappresenta a se stesso. E non com'è. E' perfettamente lecito vivere come vive la famiglia della casa di fronte a Bukowski di cui lo scrittore americano parla nella poesia. E la cosa più tragica è non poter fare nulla per svegliarli dall'incubo semidorato che stanno vivendo. Tutte le mattine io non posso fare a meno di pensare che per andare al lavoro ho dovuto comprare un'auto che mi sto pagando con il lavoro che sto andando a fare. Be', c'è del comico, in tutto ciò. Esserne consapevoli dà una spinta enorme , uno slancio potente, a vedere se si può vivere diversamente. A costo di sembrare strambi.

giovedì 25 ottobre 2018

21

" Perché non te ne vai fuori dai piedi subito? le chiedevo. " Sono un barbone. Non riesco ad affrontare la vita. Non sono parte di niente. La vita mi fa paura. Sono un codardo, un disadattato. Cristo Santo, guardami. Chi mai assumerebbe uno con questo aspetto?"
"Non posso lasciarti, Hank. Mi sento più vicina a te che a qualsiasi altro uomo che abbia mai conosciuto. Sfonderai come scrittore, un giorno o l'altro, vedrai."
"Uno scrittore? E su cosa posso scrivere? Sulla carta igienica? E abbiamo quasi finito anche quella."
(...)
"Senti, Hank, la gente là fuori è una massa di cretini maledetti, subnormali e pazzi. Non essere troppo duro con te stesso."
"Ma, piccola, quei cretini maledetti e quei pazzi ci controllano."


Scrivo poesia solo per portarmi a letto le ragazze.


In questo passo illuminante, che Bukowski ha riprodotto come concetto di sottofondo collocandolo in mille altri contesti, viene fuori la dura verità delle nostre civiltà occidentali che si autodefiniscono avanzate. Gli uomini migliori, i più capaci, i meritevoli, i geni, gli ingegni sensibili, gli intelligenti, non hanno nessuna possibilità di emergere ai più alti livelli. Se non al servizio dei mediocri. Ai loro ordini. Le società occidentali organizzate che si percepiscono come evolute sono dirette da gente mediocre che utilizza la propria mediocre furbizia per prevalere sui capaci, sui preparati. Il professionismo è al servizio di chi non sa fare niente ma amministra il potere. Attenzione, molti potrebbero pensare che questa sia la più grande abilità. Ed è proprio per questo che l'uomo massa alimenta se stesso in forma di schiavitù perché accetta di essere comandato da gente come lui, in cui ammira, la spregiudicatezza. La capacità di farsi largo sfruttando le relazioni umane e piegandole al proprio volere recitando a soggetto. E non si ribella perchè spera un giorno di salire sul carro alato del comando a sua volta. Le persone sensibili, che hanno un animo poetico, umanistiche, portate alla riflessione e all'autonomia di pensiero, sono schiacciate in ogni modo. Oggi più che mai se nascesse un altro Leonardo Da Vinci lavorerebbe come cassiere all'Esselunga. Ma resterebbe lì, non vincerebbe "X Factor" come Giusy Ferreri. Paradossalmente epoche con sistemi di potere oligarchici che favorivano il mecenatismo, penso ai Medici, per esempio, hanno promosso lo sviluppo delle arti e della cultura molto più che le decantate democrazie: il regno delle possibilità dei furbi. Di questi tempi l'arte è denaro, moneta di scambio. Se un esportatore di pomodori pelati in Birmania decide che un quadro deve valere, paga una perizia ad un critico d'arte, il quale dice che quel quadro è arte e vale milioni di euro. Siamo tornati allo stadio di natura, siamo in un nuovo neolitico, dove il dominio degli esseri più forti è stabilito dalla scaltrezza e dalla spietatezza...tutte doti che una mente ingegnosa e filosofica non potrebbe possedere: perché li considererebbe difetti caratteriali, aspetti moralmente censurabili. Men che mai moralisticamente. I racconti di Bukowski, specie della sua infanzia, sono pieni di storie di ex compagni di scuola subnormali, obesi, brufolosi, inetti, inadeguati a fronteggiare il bullismo d'ogni tempo, che una volta diventati adulti, mettono a frutto questa enorme voglia di riscattarsi attraverso i soldi. Facendo soldi. Ma Bukowski non li invidia. Li commisera. Perché in cuor suo sa che sa vivere meglio l'uomo che ha la poesia dentro. E che se avesse i soldi, saprebbe come spenderli meglio di chi ne avesse l'abitudine a possederli.

domenica 21 ottobre 2018

20

La roccia


Non dirò il nome del poeta
anche se le sue parole rosso sangue e cupe
mi hanno marchiato dentro
e lo fanno tuttora.
a mezz'età era diventato ed era rimasto completamente
recluso
non parlava con nessuno e lo vedevano in pochissimi.
i suoi lavori e la sua vita sembravano tutt'uno.


e' stato solo dopo la sua morte che ho letto la raccolta
delle lettere e in queste
si arruffianava con i vertici delle università e delle case
editrici.
una lettera via l'altra
zeppa di sottintesi
di pose artificiose
di deferenza e compromessi.


non sembra affatto lo stesso uomo
forse non lo era
ho pensato
magari qualcun altro
ha scritto quelle lettere


per lui
e in seguito sono state
pubblicate.


per dirla tutta, però, sapevo che le aveva scritte
lui.


come crollano presto i nostri miti
fino a quando
non ne rimane più neanche
uno.


Il canto dei folli II




Non ho capito , in questa poesia, il vecchio Hank, con chi ce l'abbia. Ma non importa. Mi interessa per il suo significato. Quante volte siamo stati delusi dai nostri eroi della letteratura? O dell'arte in generale? Ed è il motivo per cui sarebbe meglio non conoscere mai direttamente gli autori che ci sono piaciuti, che ci è piaciuto leggere e che ci hanno ispirato. Sotto questo profilo Bukowski, che nei suoi racconti lima le storie con una certa finzione letteraria, appare il più conforme a come potesse essere nella realtà. Ha imparato e assimilato una grandissima lezione di marketing, sia scientemente , sia subcoscientemente. Appare antisociale, scorbutico, una brutta persona, anche se mitiga con il sense of humor. In un certo senso sembra voler dire, intanto mi presento nel modo peggiore possibile, così dal vivo portò solo essere rivalutato. Ma non lo fa scientificamente. Lo fa istintivamente. Nessuno vuol essere impopolare, principalmente un'autore, uno scrittore, altrimenti chi compra i tuoi libri? Eppure al tempo stesso Bukowski non vuol rinunciare alla sua misantropia shopenahueriana di periferia. E stabilisce un patto d'acciaio con i suoi lettori. Mi state sul cazzo, dice loro. E molti di loro lo apprezzano. Non tanto per il masochismo intrinseco degli umani in generale, quanto perché la maggior parte della gente, principalmente i lettori di Bukowski, molti dei quali non sono affatto degli accademici , preferisce quelli che ti dicono la verità in faccia a quelli che ti accoltellano alle spalle dopo averti abbagliato con la lucentezza della porcellana dei propri sorrisi finti. E riverberandosi questo sua attitudine in letteratura Bukowski vuol restare puro. Essere giudicato per la bellezza, l'interesse, le graffiature, gli attacchi duri, le venature sardoniche, della sua scrittura, non perché è sceso a compromessi ingraziandosi editori, accademici o massmedia.  Sono sicuro che anche lui, in parte sia stato costretto a farlo. Ma c'è modo e modo di farlo. Si può scendere a compromessi, segnalare delle opere all'attenzione. Si chiama compromesso. Ma poi fare il diavolo a quattro perché siano pubblicate o premiate o spinte o sponsorizzate senza che chi le valuta non lo faccia con obbiettività ma per accondiscendenza compassionevole o peggio per ricambiare piaggerie ricevute, significa prostituirsi. E Bukowski non era il tipo. Tutta la sua opera lo dichiara. E la sua opera è la trascrizione più o meno fedele della sua vita. Ecco io amo Bukowski perché sono una persona che scrive con la stessa attitudine a non scendere a compromessi. O a farlo il meno possibile. Caratterialmente non sono portato ad autopromuovermi  o a costringere la gente ad organizzarmi presentazione. Alcuni possono pensare per un malcelato senso di superiorità o presunzione. Al contrario, è pudore, discrezione. Timore di apparire democristiano, monacale, cicisbeo. Certo voglio essere letto. Ma non mi piace questo do ut des letterario che vedo in giro. Questo nessuno fa niente per nessuno senza tornaconto. Scrivere un opera, leggerla e , se piace, promuoverla, dovrebbe essere l'essenza della promozione culturale di un paese civile e moderno. E invece siamo invasi da circoletti litigiosi pieni di letterati velleitari che si credono geni incompresi. E così come è la letteratura è la vita. Per questo Bukowski sarà sempre amato. Perché è un duro, una roccia, monolitico. Fermo sulle sue posizioni a costo di morire , a costo di fare la fame. Aspetta la morte. Ha scritto tutta la vita pensando che non sarebbe stato mai pubblicato. E quanta gioia gli ha dato la scrittura. Quello che lui chiamava il gioco della scrittura. Ma anche e soprattutto chi non scrive ma ne ama la lettura, è ispirato sul piano psicologico da Bukowski. E' un uomo imperituro. Le sue carni sono aggrappate a ganci da macellaio di principi inossidabili. Un verso di una sua poesia di cui non ricordo il titolo fa:" non ho vissuto molto a lungo, sono durato molto a lungo". Una frase in cui si racchiude un'intera esistenza.

giovedì 18 ottobre 2018

19

" Non ci vedemmo per una settimana. Poi un pomeriggio ero da Lydia, sul letto, e ci baciavamo. Lydia si scostò.
-Non capisci niente di donne, eh?
-Che cosa vuoi dire?
-Voglio dire che basta leggere le tue poesie e i tupi racconti e si vede che non capisci niente di donne.
-Va avanti.
-Be', per piacermi un uomo deve leccarmi la fica. Hai mai leccato la fica?
-No.
-Hai più di cinquant'anni e non hai mai leccato la fica?
-No.
-E' troppo tardi.
-Non è mai troppo tardi.
Lydia si alzò e andò nell'altra stanza. tornò con una matita e un pezzo di carta.
-Ora stammi bene a sentire, voglio farti vedere una cosa.
Cominciò a disegnare-ora questa è una fica, e qui c'è qualcosa di cui tu probabilmente non hai mai sentito parlare...la clitoride. E' il punto più sensibile. la clitoride si nasconde, capisci, ma ogni tanto viene fuori, è rosa e molto sensibile. A volte si nasconde, e bisogna cercarla, basta sfiorarla con la punta della lingua..."


Tratto da "Donne".


Che cosa deduciamo da questo brano? In primo luogo mi congratulo con i traduttori per aver usato il termine "fica" e non il milanesizzato e inflazionato da traduttori milanocentrici italiani "figa". FICA è corretto! In secondo luogo Bukowski è uno scrittore che parla molto di sesso e molto spesso non piace alle donne per questa sua fissa per il sesso. In realtà uno non deve scrivere in funzione di ciò che vuol essere letto e Bukowski è libero in questi suoi intendimenti letterari. Ma in questo brano, permettetemi di dire, applica uno dei suoi mantra più famosi, cardine del suo stile di scrittura:" il genio è esprimere con parole semplici concetti complessi"...e lo applica all'educazione sessuale. Si immola a uomo immaturo sempliciotto e inesperto per la SCIENZA! Quanti tomi di Moravia o Philip Roth avremmo dovuto leggere in manieristici tergiversare linguistici per giungere alla semplice geniale descrizione di questo incredibile narratore? Bukowski in mezza pagina fa a pezzi duecen'anni di psicanalisi , i miti greci, e varia letteratura d'accatto contemporanea con sfumature varie di grigio o altre cromie. Con semplicità, in modo elementare, fa spiegare alla sua donna del momento che una donna vuol godere dei piaceri del sesso esattamente come un uomo e , anzi, che ne ha tutto il diritto!
E mette in ridicolo se stesso in quanto uomo medio americano dell'impero occidentale cui nessuno ha mai spiegato e svelato l'esistenza DELLA CLITORIDE. E' letteratura contemporanea, esplicita, iperealistica. Chi la ritiene oscena o chi considera Bukowski un maschilista non ha mai letto approfonditamente questo autore e non ha mai voluto leggere tra le righe di quello che ha voluto veramente dire. Più che quel che dice di Bukowski, e badate, è un'arte anche questa, viene fuori il "non detto". Bukowski vuole che il lettore si senta ridicolo ridicolizzando se stesso. Ma assolve se stesso perché è vittima di un sistema di valori che la società in cui è vissuto, in tutte le sue articolazioni, famiglia, chiesa, università e società-e l'America è stata sempre il tempio del puritanesimo protestante-gli ha inculcato si da piccolo. Persino nei film porno di quell'epoca e spesso anche contemporanei, gli attori non perdono tempo nell'indulgere nella suddetta pratica sessuale. Perché non corrisponde all'immaginario sessuale machista di cui siamo da sempre intrisi! E , in ultimo: Bukowski non si vergogna di apparire l'uomo medio di cultura sessuale mediocre. Perché non si nasconde. Se ne vergogna sommessamente.

sabato 13 ottobre 2018

18

"-Sei stato sotto le armi?
A quella domanda sembrò che il bar piombasse in un profondo silenzio.
-Vuoi sapere se ho fatto il soldato?
-Sì.
-No.
-Qua dentro siamo stati tutti sotto le armi , a parte Microbo. E' troppo piccolo.
Harry non disse niente.
(....)
-Com'è che non l'hai fatto?
-Non so, devo essere capitato in un momento di stanca fra la Corea e il Vietnam. Non avevo mai l'età giusta. Ma poi...frega qualcosa?
Il ventre del barista abbandonò il banco. Si tirò su quasi dritto.
-Ehi , ragazzi, disse ad alta voce, QUA C'è UNO CHE DICE CHE TUTTE LE GUERRE CHE ABBIAMO COMBATTUTO NON FREGANO NIENTE!
-Ha una sgnacchera al posto del cervello, disse una delle magliette bianche.
-D'accordo, disse Harry, vado via."




Confessioni di un codardo


Bukowski ha raccontato l'episodio del congedo quando fu chiamato per la visita per prestare servizio militare in mille modi e in molte salse e dappertutto nei suoi libri di racconti e poesie. Ma non vuole attribuire un significato particolare alla cosa. Sicuramente è un episodio da annettere nel curriculum della sua filosofia di vita..."Il codardo è uno che prevede il futuro, il coraggioso è uno privo di immaginazione", è una delle sue frasi cardine. Ma anche in questo caso è una difesa d'ufficio della viltà dell'uomo fragile, dell'uomo medio che non ha mezzi per farsi largo nella società o che non ha abbastanza pelo sullo stomaco. Che poi, parliamoci chiaro, sono tutte doti esistenzialmente positive, per quanto mi concerne. Meglio un buono soccombente che un cattivo vincente. Che monotonia! Cosa c'è di esaltante nella vittoria facile di chi ha ogni mezzo per vincere? Niente! Quando quelle rare volte vince chi non ha alcun mezzo, be', credetemi, è una vittoria che vale doppio. E che vale la pena di essere raccontata e presa ad esempio! Ma tornando a Buk. Bukowski fu congedato. Racconta gustosamente in molti suoi libri che finì a colloquio dallo psichiatra. La qual cosa mi fa sorridere, perché anch'io dopo i test di attitudine per il concorso di Ufficiale di Complemento, finii dallo psichiatra. Poi però a me mi presero lo stesso. E dovetti servire la patria per 18 mesi: uno stipendio da nababbo per non fare assolutamente niente. Una specie di Reddito di Cittadinanza anticipato! Bukowski invece finì dallo psichiatra perché, tra le altre cose disse che non vedeva motivo di sparare sui vietnamiti, che in fondo a lui non avevano fatto niente. Il che ricorda in qualche modo le dichiarazione succosamente provocatorie di Mohamed Ali allorché si rifiutò di andare a combattere in Vietnam: "la mia coscienza non mi permette di andare a sparare a mio fratello o a qualsiasi altra persona con la pelle più scura o a gente povera e affamata nel fango per la grande e potente America. E sparargli per cosa? Non mi hanno mai chiamato negro, non mi hanno mai linciato, non mi hanno mai attaccato con i cani, non mi hanno mai privato della mia nazionalità, stuprato o ucciso mia madre o mio padre. Sparargli per cosa? Come posso sparare a quelle povere persone? Allora mettetemi in galera!"
Ma non c'è niente di politico di "no peace mouvement" in questa sua posizione. Eppure al tempo stesso c'è. Ed è apoliticamente dirompente. Perché non può essere messa nell'angolo della faziosità. Dietro lo steccato del fronte opposto politicamente etichettabile. Questa è una delle doti più interessanti di Buk. Il quale, sulla politica, non prende mai una posizione netta indossando la maglia di un partito, anche se si capisce bene da che parte stia. Ma non si rende mai antipatico alla parte politica avversa alle sue idee. Il che spiega molte cose. Spiega per  esempio che spesso le idee sono le etichette delle scatole di pomodori pelati o di omogeneizzati che vengono venduti a famiglie ignare, da parti avverse, senza che nessuno si preoccupi che vengano o meno assemblate e prodotte in aree inquinate.



giovedì 11 ottobre 2018

17

" Il vero casino della vita, pensò, era dover fare i conti con i problemi altrui. I problemi degli altri ti possono logorare: restano sempre coinvolti in incidenti stradali, o ammattiscono o si dimenticano di pagare l'affitto, o lasciano il burro fuori dal frigo, soffrono d'insonnia oppure-se dormono-fanno dei brutti sogni. E non considerano mai il fatto che anche tu hai le tue rogne da grattarti. Ah be'..."


Confessioni di un codardo


Altra perla di saggezza. Vampiri energetici, li potremmo chiamare, misters e misses "lamento". E' un tratto caratteriale spesso molto diffuso tra la gente. Quell'umanità come entità astratta che presa universalmente Bukowski odia. La massa, il gregge, potremmo dire nicianamente. E per lo più di tratta di questioni di poco conto, bagatelle da niente che turbano i sogni di non ha veramente patito nulla nella vita. E ,però , che fastidio sentirli ciarlarti in faccia di problemi che per LORO sono insormontabili. Mi ricordo una volta, vendevo cucine  e una cliente si lamentò perché un forno a cui teneva non era più in produzione. "E adesso come faccio?", piagnucolava. "Mi avete messo nei guai", aggiunse, addirittura. Ed è proprio perché intriso di quell'ironia cinica bukowskiana che mi sentii di risponderle:" signora, ogni giorno nel mondo muoiono di fame dieci milioni di bambini".
" E questo cosa ha a che vedere con me?".
"Con lei niente, ma credo che se prendesse un altro tipo di forno, un forno con le stesse caratteristiche potrà continuare a fare le sue cazzo di torte in santa pace", dissi.
Mi andò bene. La maggior parte di queste persone sono tipi da andare a parlare con i tuoi "Responsabili", come amano chiamarli anche loro, per denunciare la tua maleducazione. La tua oscenità. Ma non accadde. Mi venne in mente il colonnello Kurtz in Apocalypse Now:" noi addestriamo dei giovani a scaricare napalm sulla gente, ma i loro comandanti non gli permettono di scrivere -cazzo- sui loro aerei perché è osceno".



16

" Voglio dire, ci sono delle donne che possono allocchire gli uomini senza dire niente, senza muoversi, senza domandare...gli basta stare lì, e gli uomini si sentiranno come dei maledetti fessi e okay non c'è storia. Quella era una donna così. Alzai gli occhi dal mio bicchiere come se me ne fregassi bellamente e lei fosse una qualunque , e io fossi uno che non ha più niente da chiedere (il che era vero, a essere sinceri) e dissi-come ti è andata coi pony, ultimamente.
-Mica male.
Mi aspettavo una risposta diversa, non so cosa. Ma -mica male-non mi dispiacque."


Tratto da "Confessioni di un codardo".


E' uno dei tanti passi in cui Bukowski ci spiega la sua arte seduttoria, se così vogliamo dire. Bukowski è un timido, non si sente adeguato, vive in un mondo dove l'apparenza è tutto e se è vero, come è vero, che gli uomini, tutti gli uomini, sognano la donna oggetto di desiderio, sanno anche che questo "articolo" aderisce perfettamente come carta moschicida al possesso di denaro. E' una visione cinica, forse un po' semplicistica, ma c'è del vero. Bukowski vive la propria maturità in anni in cui è squattrinato, vive di espedienti cercando fortuna negli ippodromi. Ma è un uomo intelligente. Elabora strategie di sopravvivenza. Pensa a come fare per avere tutto quello che hanno gli altri, gli "adeguati alle circostanze" senza averne i mezzi o con pochi mezzi. E con le donne, essendo timido e squattrinato, punta sulla finta indifferenza e sul senso dell'umorismo. A volte demenziale, a volte urticante e intriso di umorismo nero, sempre cinico, ma anche indiscutibilmente catartico. Per se stessi, per chi lo esercita. E ci vede bene quando pensa che una donna davanti a legioni di uomini sbavanti, per contrasto, resterà incuriosita dall'uomo che sembra non desiderarle. Perché sembra bastante a se stesso. E questo innervosisce, certe donne che sono abituate ad essere corteggiate. Fingere di ignorarle, senza palesare però un distacco o un disprezzo eccessivo, che scadrebbe nel patologico e finirebbe per farti finire nel dimenticatoio degli esseri "soprammobili", uomini che non destano interesse. Bukowski sembra voler dire che gli uomini che interessano alle donne, ad alcune donne, o sono molto ricchi o poveri in canna. E se sei povero in canna devi ingegnarti. E comunque è vero, 8 su 10 una donna che sa di essere bella che non viene considerata, non come fanno tutti , quelli che ci devono provare comunque, resta incuriosita da un uomo che sta sulle sue. E che comunque non cela la sua parte seduttiva. Sì, d'accordo, poi magari quelle donne finiscono con lo scegliere la solidità finanziaria di un bel conto in banca o di un uomo in carriera. E potrebbe anche finire per amarlo, col tempo, in definitiva. Ma gli uomini con troppi soldi sono noiosi. E persino Bukowski, quando diviene uno scrittore di successo sta bene attento a non inebriarsi troppo di denaro e celebrità. Perché sa che sono trappole. Ameremo sempre Bukowski, perché ha dato voce a quello che abbiamo da dire con la pancia e lo ha modellato in forma di letteratura. Ameremo sempre quel suo statico starsene sulle sue e reagire alla circostanze della vita, di volta in volta, impulsivamente. Ameremo sempre il suo piangersi addosso , quel suo pianto che ci dà l'idea di essere una risata al contrario.
Io stesso ho conquistato quelle poche o molte donne con cui sono stato considerandomi normale. né inferiore né superiore a nessuno. Solo me stesso. Non prendendomi sul serio ma ridendo di quelli che si fanno scopare dal proprio ego senza preservativo. Diavolo di un vecchio Buk, ci hai insegnato anche questo. Un buon scrittore è come un vecchio che ha sempre qualcosa a dire, nel raccontare se stesso e la sua storia. E quando predi un libro di Bukowski in mano, potresti rileggerlo 100 volte, riesce sempre a tirati su. Niente tira meglio su di uno sconfitto che ce l'ha fatta. E si comporta come se non ce l'avesse fatta.

lunedì 1 ottobre 2018

15

"Le ragazze non vanno a caccia di operai: le ragazze vanno a caccia di medici, di scienziati, di avvocati, di uomini d'affari ecc; noi becchiamo le ragazze quando hanno smesso di essere ragazze, quando non sono più ragazze-noi ci pappiamo le usate, le deformi, le malate, le matte. Dopo un po' , invece di prendere la seconda, la terza la quarta-mano-, la pianti lì. O cerchi di piantarla lì".


Compagno di sbronze, Charles Bukowski


Il vecchio Buk è spietatamente cinico, iperealista. Va dritto al punto e dice le cose come stanno. Frasi come questa vengono , normalmente , vivisezionate e ti fanno guadagnare insulti da un mucchio di categorie sociali che hanno la fisse del politicamente corretto. D'accordo è un iperbole, quella di Bukowski, ma in quanti sono disposti a dire che non aveva ragione. Storie di vita vissuta in prima persona, non c'è dubbio. Ovviamente le donne si sentiranno offese da frasi come queste. Ma agli uomini, agli uomini di buon cuore , onesti lavoratori, che vengono sempre scartati dalle donne imbeccate dalle mamme, che pur sempre donne sono, in luogo della caccia a uomini con un patrimonio solido, a questi uomini non pensa mai nessuno? Fior fior di donne di sinistra, che inneggiano al proletariato e che , a parole, difendono i migranti, possono fare le anime belle perché sono sedute su una bella poltrona di pelle pagata profumatamente da un marito commercialista, medico, o manager. Dov'è finito l'amore? Dov'è finito amare un uomo perché ha il senso dell'umorismo, è integro, onesto, scevro di compromessi? Alla maggior parte delle donne-non in quanto donne, ma in quanto esseri umani-non importa un fico secco di come si procacciano i soldi i mariti! E magari vanno anche a fare la morale agli altri. E c'è poi la faccenda che nelle epoche passate, la sopravvivenza delle specie e la continuità biologica veniva assicurata con l'abilità nella caccia, la forza fisica, la capacità di tenere acceso un fuoco in una caverna. Oggi queste cose sono state sostituite dall'essere figli di puttana e fottere il prossimo. Diciamo le cose come stanno. Uomini onesti che iniziano una storia in gioventù con una bella ragazza, raramente finiscono per sposarla. Spesso sono degli obesi , brufolosi e occhialuti "dirigenti" che se le pappano. E agli onesti che le hanno amate in passato, spettano solo le briciole della restituzione futura, quando le suddette donne manderanno a quel paese i mariti -che a quel punto hanno già intuito che con i soldi possono scegliersi tutte le donne che vogliono da mantenere-e torneranno, con il paracadute del mantenimento degli ex mariti, a fare le fusa ai vecchi e indimenticato amanti del passato. Ma a quel punto sono rotte-non fraintendetemi, non mi riferisco agli anni o ai chili, quelli valgono pure per gli ex amanti-, rotte dentro. Hanno l'anima trafitta che vuol essere consolata. Hanno sposato un patrimonio ma non hanno avuto l'amore. Poi non lo so, magari l'amore torna. Ma non è mai come all'inizio. Anche questa volta hai battuto un colpo, vecchio Hank!

sabato 29 settembre 2018

14

"Non sei un militare?", chiese Hilda.
"No".
"Che cosa fai?".
"Niente".
"Non lavori?".
"No".
"Sì", disse Gertrude a Hilda,  "guardagli le mani. Ha delle bellissime mani. Si vede che non ha mai lavorato".


Tratto da Faktotum.


Già, vecchio Buk. Ci sono dei refrain nei racconti di Bukowski, che tornano e ritornano come in un eterno ritorno. Uno è quello dell'avere delle belle mani, mani da pianista, mani da artista, mani di uno che non deve lavorare per vivere. Non lo sapremo mai se Bukowski aveva davvero delle belle mani. E' una di quelle cose che il bambino celato nascosto in tutti gli scrittori viene fuori puntualmente quando c'è da dare la carica a se stessi. Quando c'è da tirarsi su. Quando tutto sembra perduto e per vivere devi fare il lavapiatti o qualsiasi altro lavoro "di bassa forza" come amava dire zio Hank, hai bisogno di credere  che stai solo vivendo temporaneamente un brutto incubo dal quale ti risveglierai sul palcoscenico suonando un pianoforte a coda davanti a dei borghesoni annoiati che si spelleranno le mani per gli applausi alla fine della tua esecuzione. Secondo me a Bukowski piaceva semplicemente CREDERE  che avesse delle BELLE MANI. Era per darsi la carica, lo squillo di tromba della cavalleria che viene a salvarti da un branco di banditi messicani incazzati neri. E' il contraltare delle sue deformazioni fisiche, la faccia che porta i segni di un'antica acne che gli era stata curata dolosamente con degli aghi elettrici in gioventù, quando non è il ventre debordante deformato dall'alcool. Insomma, Bukowski vuole dire, ci deve essere pur qualcosa di buono, qualcosa che si salva dal nostro quotidiano Titanic esistenziale. Come si fa a non volergli bene , a non restare colpiti dalla tenerezza di quest'uomo che si tira pacche sulla spalla a quintalate, mentre cerca di non soccombere ad una vita durante la quale ha dovuto combattere con lavori usuranti e umilianti, mentre nella sua mente, nella nostra mente, nella tua mente, stai pensando di avere un potenziale creativo. E che la vita si sta succhiando tutto. Sta mandando tutto a puttane?

martedì 25 settembre 2018

13

"Le griglie erano pesanti. Bastava sollevarne una per stancarsi. Se si cominciava a pensare che bisognava farlo per otto ore, centinaia di volte, si lasciava perdere in partenza. Biscotti verdi, biscotti rossi, biscotti gialli, biscotti viola, biscotti marrone, biscotti azzurri, biscotti alle vitamine, biscotti alle verdure. Lavori del genere stancano gli uomini. Di una stanchezza che va al di là della fatica fisica. Si dicono cose folli, brillanti. Fuori di me imprecavo, parlavo, cantavo e sfornavo una battuta dopo l'altra. L'inferno ribolle di risate."


Tratto da Factotum.


Factotum è un testo in cui Bukowski narra delle sue esperienze di lavoro, le più disparate e disperate, in giro per le grandi città degli Stati Uniti. Il libro è ricco di queste descrizioni tragicomiche: lavori assurdi e sottopagati , testimonianza di un paese, gli Stati Uniti, a cavallo fra gli anni '50 e '60, vera mecca dei furbi del libero mercato e lager per milioni di lavoratori , molti dei quali immigrati e neri, sfruttati in modo becero. Senza alcuna protezione sociale. Che è un po' quello a cui stiamo tendendo in questo momento in Europa, Italia, ventre molle del continente da sempre, in particolare. Da questo testo, mille volte, più di una volta, ho tratto l'umorismo per andare avanti e sopportare situazioni lavorative al limite del kafkiano. Lavorare come dipendente in una multinazionale non è affatto facile. E spesso , indipendentemente dalla multinazionale per cui lavori, non si vuole qui certo fare dei distinguo, sei costretto a svolgere lavori inutili e faticosi per ore, senza che le leggi sulla sicurezza nei luoghi di lavori e riguardo alla tua persona, vengano applicate. Queste tutele sono percepite come freni all'andamento della produzione. Lo sai cosa ti può capitare se ti ribelli. La cosa minima che ti può capitare è che ti ritrovi senza lavoro: ce ne sono milioni fuori pronti a prendere il tuo posto e persino a metà stipendio del tuo. Una volta ci si poteva difendere meglio. Oggi, con lo stravolgimento delle leggi di tutela dei lavoratori, ti possono licenziare. Non importa se poi si va a processo: intanto ti licenziano. E prendi l'80% dello stipendio tramite assegno di disoccupazione, per due anni, attualmente. Ma i processi tra difesa e ricorsi durano più di due anni e le aziende hanno soldi e avvocati sufficienti a farti passare la voglia di resistere e di far valere un tuo diritto. E allora che si fa. Si resiste. Si ingoiano rospi. Ti fai andare bene cose storte, ingurgiti ingiustizie. Ma dentro di te sei una fornace. Sei calce viva. Vorresti cementare il mondo che ti circonda dentro dei pilastri. Diventi un assassino, un criminale, un mafioso, la tua immaginazione arriva a percepire pensieri che mai avresti immaginato. Uccidi nell'immaginazione per ricavarne una catarsi emozionale e calmarti i nervi. A volte quando sono in chat, lavorando online per la multinazionale per cui lavoro, con intorno i miei colleghi di lavoro, ad alta voce , leggo le micragnose assurdità che scrivono clienti di tutti i generi. Richieste assurde, pretese impossibili da soddisfare ed è allora che mi viene in mente Bukowski. Già, come ha fatto il vecchio Hank a resistere a tutte quelle angherie sicuramente anche peggiori di quelle che subiamo noi tutti i giorni ? Il caporale di turno, il capetto messo lì come un cane da guardia ad abbaiare con l'unica ricompensa dell'andarsene in giro a dire, sono un capo, conto qualcosa, nella vita nella società, sono rispettato: quando invece più che rispettato è compatito. Sì, certo, c'è una buona fetta di persone che pensano che essere "responsabili di qualcosa", foss'anche degli scopini dei cessi di una stazione di servizio in tangenziale, meriti rispetto. Perché si guadagna di più di un lavoratore normale. E una buona fetta di società rispetta, per invidia sociale, i manager superpagati , magari senza sapere che soffrono di stitichezza cronica perché , soldi o non soldi, devono essere sempre disponibili h 24 per Mamma Azienda e quando lo trovano il tempo per cacare? Si godranno i soldi alla pensione. Se ci arrivano. O se non gliela taglierà Di Maio. C'è persino chi crede che la famiglia Agnelli sia benefattrice dell'Umanità. Con tutte le casse integrazione fatte pagare allo Stato Italiano, i morti per inquinamento e cancro, i mortammazzati in incidenti stradali e i i cani e i gatti stampati sull'asfalto bituminoso nazionale e, ora, anche  internazionale. Ma Bukowski ha resistito perché sapeva ridere si se stesso e degli altri. Persino quando si prendeva sul serio fingeva. Si prendeva per il culo da sé.
E allora, mentre sono in chat capita questo:
Io- come posso esserle utile?
Cliente-mi chiamo Antonio, non sono femmina...
Io-le stavo solo dando del lei.
Cliente-appunto...


E ancora:
Io-buongiorno, posso aiutarla?
Cliente-spero di sì, perché sono le 9 e ancora non è venuto nessuno a casa a montarmi la cucina.
Io-be', signora, ma la fascia oraria per l'esecuzione del servizio di trasporto è dalle 9 alle 13.
Cliente-Ah, non vengono alle 9?
Io-non è detto, non vendiamo panini, vendiamo mobili. Un tipo di vendita liquida, soggetta a rischi, trasporto, traffico, lavori precedenti che comportano ritardi, capisce?
Cliente-in che senso, che la vendita è liquida?
Io-gliel'ho spiegato nella frase precedente.
"customer has left the conversation"


Nuova chat:
Io- buongiorno, posso esserle utile?
Cliente-parlavo prima con un suo collega che era arrogante e presuntuoso, che parlava di vendita liquida, diceva che non vendete panini, vediamo se lei è più gentile.
Io-vediamo.
Cliente-aspetto la mia cucina dalla 9.
Io-sono le 9,35, se lei legge sull'ordine che ha pagato in cassa, quello stampato, la fascia oraria prevista è dalle 9 alle 13. Lei è come quello di prima.
Io-sono , quello di prima.
Cliente-ma c'è solo lei in chat oggi?
Io-evidentemente in questo momento sì.
Cliente-io ho pagato per avere la cucina alle 9 a casa mia. E la voglio alle 9 a casa mia. Altrimenti telefono all'associazione consumatori.
Io-signora, se le si rompe il cesso e chiama un idraulico, di norma, c'è da attendere. E nella stragrande maggioranza dei casi non arriva mai nell'ora in cui le ha detto che sarebbe arrivato. E così dicasi per gli elettricisti e via discorrendo. Sono disposto a scommettere che prima che lei riesca a prendere la linea telefonando all'associazione di difesa dei consumatori, la sua cucina sarà arrivata.
"Custoomer has left the conversation"
Il che significa, che il cliente ha chiuso la chat. Il che significa che , nell'attesa della sua cucina, visto che non ha nulla da fare, passa il tempo a triturare i maroni a chi svolge il servizio di assistenza clienti online. Probabilmente tra un ora ci ricontatterà, magari per telefono . E minaccerà avvocati e di farci finire sui giornali o telegiornali o di scrivere male sui social network. Sono solo una mandria di vigliacchi, avrebbe detto il vecchio Hank. Accampano diritti senza conoscerne la giuridicità, poi quando si tratta di votare o di confrontarsi con capi capetti e affini, si mettono la coda nelle gambe: per quieto vivere o per la Champions League su Sky, o per la pizza il sabato sera, o i pop corn confezione gigante al cinema con la coca sgasata pagata 10 euro a bicchiere. Odiano gli extracomunitari perché gli occupano le panchine dei parchi, poi però se gli si rompe un sifone chiamano un marocchino e lo pagano in nero, perché viene subito e prende poco. Votano per chi rimpatria i migranti e hanno i figli laureati che per trovare un lavoro se ne devono andare in Germania. Vecchio Buk, da lassù, dal Paradiso lassù-l'inferno lo hai già vissuto sulla terra- ti sento ridere a crepapelle. E anch'io, vecchio amico, rido con te. A volte dentro di me. A volte fuori di me. In tutti i sensi.









giovedì 20 settembre 2018

12

"era bello che fosse lei a stringermi. a lasciar perdere le parole. scolammo in fretta un paio di bicchieri colmi e poi la pilotai in camera, oppure fu lei a pilotarmici. stessa cosa. non c'è niente come la prima volta. non me ne frega niente di quel che dice la gente. le feci tener su le calze e le scarpe coi tacchi alti, sono un freak. il corpo umano al naturale non lo reggo. ho bisogno di farmi ingannare. gli psichiatri hanno un termine specifico per questo  , e io ho un termine specifico per gli psichiatri.
e' proprio come andare in bici: una volta che rimonti in sella l'equilibrio e il miracolo sono di nuovo lì".


Tratto da "Taccuino di un vecchio sporcaccione".


Iniziamo dal modo in cui è scritto, questo pensiero. Con una punteggiatura che viola scientemente le regole della grammatica. Bukowski aveva preso questo modo di scrivere da un poeta americano, Cummings.  Questo scrittore e poeta era famoso perché violava volontariamente le regole della punteggiatura e della grammatica, mettendole al servizio della sua scrittura, potremmo dire, avanguardista. Bukowski, mi sembra di sentirlo blaterare qualcosa in proposito, sembra voler dire, perché lui sì e io no. Perché non lo posso fare anch'io. D'accordo, non sono stato il primo a inventare questa cosa, ma saprò farlo meglio, saprò usare questo espediente meglio. Tutto taccuino di un vecchio sporcaccione, che è una raccolta di suoi articoli scritti su un giornale dell'avanguardia artistica di Los Angeles degli anni '60, è scritto in questo modo. Una scrittura volutamente e provocatoriamente sciatta, come lo sfondo di un bozzetto o un acquerello pornografico. Come vedere un dipinto con lo sfondo di manifesti dei film porno anni '70. E io ho apprezzato questo suo modo di ragionare. Io sono il dittatore assoluto della mia scrittura e , come già diceva Miller, se ci saranno errori di ortografia o imperfezioni stilistiche, saranno materiale per i biografi. Perché per i grandi e acclamati, dalle accademie universitarie, scrittori di una volta, questo è stato possibile e non può essere possibile per altri autori o scrittori? Chi sta a guardare le virgole non è interessato al senso e al significato dello scritto. Mentre pensa a mettersi il preservativo grammaticale, ecco, l'erezione è sparita, è scomparsa. Dietro quel gesto a cui stai pensando per non fonire all'inferno quando hai il paradiso davanti.
E poi, in questo passaggio c'è tutto il feticismo di Hank, di Bukowski. L'immaginario sessuale da bordelli, puttane di strada e , prima ancora , di  donne da saloon del West americano, tutte pizzi, gonne lunghe tenute con telai di stecche di legno, e giarrettiere e  calze a rete, can can ballati davanti a cowboys sbavanti...Le periferie delle metropoli americane dagli scantinati delle quali ci parla Bukowski vengono da quelle atmosfere fumose e piene di whisky, piene di gente stravolta dal lavoro, di uomini brutti e sfatti distrutti da alcool e sigarette che assumono per sopportare tutta la miseria in cui vivono e i calci nel culo della vita. Le donne non hanno tempo né voglia di andare in palestra, si tengono su con corpetti attillati e se le guance restano cascanti, almeno i bacini, la vita, e le chiappe , cercano di serbarsele con gli stratagemmi femminili del passato. Cose che farebbero rabbrividire i corpi scolpiti in palestra, tatuati, gli addominali definiti e i bicipiti venosi, delle donne e degli uomini del ventunesimo secolo. Ma , mi sembra di sentire il vecchio Hank dire qualcosa a questo proposito. La proiezione del suo pensiero, questa la cosa bella di Bukowski, può portarti a pensare come lui, fino al punto di immaginare che cosa avrebbe detto se fosse vissuto oggi. Ecco, non avrebbe fatto altro che dire quello che pensa , poi, in definitiva, qualsiasi persona sana di mente e persino i Big Jim  e Barbie di carne se lo stessero ad ascoltare o lo avessero letto-tanto è vero che si ride di se stessi senza riconoscersi-e cioè che  lo spettacolo del corpo, di qualsiasi corpo, è così accecante e ammaliante, quasi abbagliante, quando lo vedi nudo davanti a te, che il momento in cui lo scarti come una caramella multistrato finisce per diventare l'essenza persino rispetto allo spettacolo finale, quando l'eccitazione iniziale finisce per annegare nel cupio dissolvi dell'orgasmo conclusivo. E poi lo stare a fianco a fumare una sigaretta o a bere un bicchiere, ti fa sentire di nuovo pieno di difetti, di debolezze, preda di qualcosa a cui attaccarsi, in altre parole, umano.



lunedì 10 settembre 2018

11

"...Ma Ginsberg se n'è tirato fuori, in qualche modo, così ha tutto il tempo di scrivere anche se finisce per scrivere male. E' tutto un accumularsi di polvere ed elettrodi, e poi una bella vomitata per finire. Ma lui in questo modo ha qualche possibilità in più che se stesse lavorando in una lavanderia cinese o come segretario di stato- SE RIMANE UN NON PROFESSIONISTA, VOGLIO DIRE."


Urla dal balcone, lettere, volume primo (1959-1969)


Altro passo paradigmatico della concezione della letteratura secondo Bukowski. Bukowski è un puro. Non gli è mai importato veramente di avere successo, se non nella misura in cui, avendolo, poteva tirarsi fuori dalla miserie e dal bisogno. L'artista deve essere un puro, essere estremamente sincero, persino nel disprezzo per gli altri e per se stesso.


"La maggior parte di noi si aggrappa al proprio posto di lavoro meglio che può, vende scope porta a porta, lavora in uffici postali, mattatoi, agenzie di riscossione crediti, tutta questa merda....
(....)
Io non mi meraviglio più che Rimbaud trafficasse armi e andasse in cerca d'oro e si mettesse a fare il pazzo in Africa. Voleva soltanto del tempo per scrivere poesia, credo. E lo desiderava così tanto che non riuscì a scrivere più niente. La fame può rendere artisti oppure no, so soltanto che diventa molto pesante PATIRE LA FAME mentre per strada ti passa accanto gente con la faccia a padella e la pancia piena di bistecca e patate fritte e tutte quelle cose che ti ammazzano, come le biondone di lusso  e le opere complete di Mozart..."


Tratto dalla stessa lettera a Jon e Louisse Webb, noti editori underground americani, sempre da Urla dal balcone etc...


Bukowski in qualche modo sente come un peso, il fatto di doversi impegnare diverse ore del giorno per lavorare per mantenersi. Paghe miserande che servivano appena a pagare l'affitto e a comprare da bere. Mentre la maggior parte degli acclamati scrittori della cosiddetta "Beat Generation", Bourroughs e Kerouac su tutti, venivano mantenuti, già grandi dalle famiglie, avendo tutto il tempo a disposizione per affinare i propri meccanismi creativi e narrativi. E si sente un eroe in questo. E lo è. E' uno dei motivi del suo successo presso i lettori, dell'essere amato. E' uno scrittore letto soprattutto da persone non intellettuali di professione, la maggior parte dei quali , pur sorridendo delle sue boutades, non lo amano particolarmente. Bukowski è paragonabile ad un jazzista rispetto ad un compositore di musica classica o a un direttore d'orchestra che ha studiato al conservatorio: un autodidatta dal talento naturale. Inventa una forma poetica a metà strada con la prosa e scrive senza punteggiatura, come un pittore che lancia i colori su una tela bianca e ne attende la composizione, dando dei colpi di pennello qua e là. Molte delle sue poesie sono scritte come dei piccoli racconti, assolutamente non in rima (cosa che lui aborre). La sua forza è la sua semplicità: osservare la vita, tutto quello che lo circonda e reagire a quello che gli accade. E' un poeta impolitico. La politica non gli serve per le sue rimostranze sindacali. Perché ha già osservato che i liberals, i leader del movimento e del partito democratico parlano in nome del popolo dall'alto dei predellini delle loro limousines. E, aggiungo, quello che è avvenuto negli anni '60 e proseguito poi negli Stati Uniti, non è né più né meno quello che è accaduto alle sinistre europee in epoca contemporanea. Eppure questo modo di pensare fa di lui, al tempo stesso, un poeta molto politico. Un anarchico. Un outsider. Un pensatore pericoloso persino per la sinistra. Perché più a sinistra della sinistra. Un non allineato. Un divergente!

sabato 8 settembre 2018

10

"Ora come ora , ci sono tre belle fighette nere che mi danno la caccia. Una ha dei lunghi capelli neri che si attorcigliano sopra le orecchie formando come due grosse conchiglie, e non dico che sedere, e un paio di tette wowwowwow, solo che il mio vecchio culo mi dice di lasciar perdere, e me ne vado in fretta in fretta alle corse dei cavalli  col mio nuovo sistema (ho fatto 60 dollari, oggi), poi torno qua e leggo  la tua bella lettera. Il problema fondamentale con la razza nera è che vogliono essere bianchi; a parte quello, e a parte quando fa molto caldo, non ho niente contro di loro. Ma tornando alla poesia: versi di apertura : 3 negre che sorridono...il fatto è che la parola -negro- è molto più poetica. "Nero" è una parola morbida e rotonda che non dice niente. Non è nulla di più di quel che sembra. Ho avuto lo stesso problema con la poesia intitolata -One nignt you don't sleep- e ho dovuto scegliere "negro", perché era un negro quello che ho visto dalla porta aperta con l'acqua salata negli occhi e una certa Barbara Fry che mi passeggiava accanto borbottando cazzate. Ho pensato, se  ci scrivo -nero- sono un vigliacco, sto facendo qualcosa perché mi hanno detto di farlo e non perché lo voglio davvero, e questa è più o meno la mia posizione sulla questione razziale, al momento. La questione razziale è troppo grossa per me..."


Tratto da "Urla dal balcone" , lettere, volume primo (1959-1969).


La chiusura di questo pensiero, abbastanza preteriziosa, indica invece che Bukowski ha le idee chiare , sulla questione razziale e sui neri. Ambientando il suo ragionamento nei tempi contemporanei potremmo dire che Bukowski non ha assolutamente nulla contro i neri, ma, al tempo stesso odia il politically correct radical chic che impone di edulcorare dei termine, della definizione per tema di offendere. Finendo in tal modo per offendere peggio. Come chiamare uno spazzino operatore ecologico o una puttana operatrice sessuale o escort. E questo suo modo di essere, di fare, proietta Hank nell'eroico olimpo delle persone libere dai conformismi di maniera. Libero di non seguire le masse indirizzate dal sistema dell'informazione. Lui non ha nulla contro i neri, tanto che adora anatomicamente e non solo, le donne di colore. Le "negre", parafrasando lui. Hank, come il vecchio Bukowski ama essere chiamato. Combatte gli stereotipi e se volgiamo, oggi, ascoltando i testi di molti rapper di colore che fra loro si chiamano "nigger", vale  a dire, "negro", gli stessi neri paiono dargli ragione. Non vogliono essere definiti "di colore" o "neri", da quei bianchi che ipocritamente si lavano la coscienza terminologicamente non cessando di opprimerli sostanzialmente. E riguardo al "complesso del bianco", cui Hank accenna riportando la costante piuttosto diffusa che molti negri in realtà ambiscono a modelli e stereotipi bianchi  o da bianchi, be', come dargli torto. Li invita semplicemente ad essere orgogliosi di se stessi e a restare se stessi. Il che fa il paio su un'altra importante questione su cui spesso Hank squarcia veli di ipocrisia a quintalate: la questione femminista: provocatoriamente da qualche parte in "Storie di ordinaria follia" dice alla sua partner del momento:" donna, vuoi cambiare il mondo? Be', comincia dalla cucina, c'è una pila di piatti da lavare". Ma non lo dice come l'uomo medio dell'impero occidentale, con intenzionale disprezzo. Bukowski in realtà vuole dire e lo dirà in molti altri suoi scritti, ironicamente, che molte femministe hanno cavalcato il femminismo , in realtà, per finire per sostituirsi agli uomini, specie in incarichi di comando, imitandoli nei loro peggiori difetti. Il vecchio Hank non sbaglia un colpo. E' un uomo intelligente, saggio, una saggezza che gli deriva dalla strada, dagli ippodromi e dalle sbronze da bar, dalle scazzottate nei vicoli deserti...la laurea , tante volte, direbbe il vecchio Buk, te le puoi prendere anche frequentando questi posti: ma con una mente letteraria. Anzichè i banchi dell'università, con una mente da arrogante saccente studentello che non conosce la durezza della vita.

lunedì 3 settembre 2018

9

" Non mi piacevano i fine settimana. Tutti erano fuori per le strade. Tutti a giocare a ping-pong o a falciare l'erba o a lustrare la macchina o in giro per i supermercati, per i parchi e per le spiagge. Gente dappertutto. Il lunedì era il mio giorno preferito. Tutti tornavano al lavoro e non mi toccava vederli. Decisi di andare alle corse (di cavalli) nonostante la folla. Le corse mi avrebbero aiutato ad ammazzare il sabato".


Tratto da "Donne".


L'idiosincrasia di Bukowski per le masse trasuda da tutti i suoi scritti. Gli uomini presi singolarmente possono anche essere interessanti. Ma quando si muovono, parlano e agiscono in massa, hanno quasi sempre la stessa autorità morale di un branco di pecore. Come non condividere Bukowski in questo. Oggi è lunedì e stavo rileggendo Donne, questo straordinario romanzo di Bukowski sulle donne della sa vita. Ma le donne per il momento lasciamole perdere. Affronteremo l'argomento in seguito.  Ce ne sarà il tempo e il modo. Restiamo alle masse. Nel week end ho lavorato all'Ikea, dove da quasi 25 anni presto la mia opera nei più disparati compiti. Ma nel week end sono destinato alla vendita. Di armadi e camere da letto. Per dieci anni ho venduto cucine, ma gestire i clienti delle cucine che per una cucina economica che gli progetti gratis pensano di averti comprato, di essere in loro possesso, sequestrandoti il più a lungo possibile, andando avanti con la rava e la fava, per poi acquistare una cucina che vogliono bella e che costi poco. Be', ero stanco di dire a questi  signori che se volevano una cucina bella e che costasse poco dovevano andare in un bosco e accendere un fuoco, se volevano cucinare: legno a buon mercato, ambiente climatizzato e non costava niente! Quindi gli armadi vanno bene. Tutte quelle signore alle quali mentre disegni l'armadio sul planner del computer cui puoi suggerire impunemente:" dove glielo metto il bastone?". Alle cucine invece no, anche se individuali, i clienti, pensavano di averti comprato. Come la pubblicità di Totti alla Tim. Proprio alla fine volevano essere accompagnati a casa in groppa a te. Agli armadi è una vendita più veloce. Ma ci provano lo stesso. Sempre le stesse dinamiche di coppia, davanti alla composizione di un armadio: gli uomini dicono, fai tu cara, per me va bene qualunque scelta tu faccia. Fino a quando non vedono il prezzo. Lì qualche perplessità cercano di abbozzarla. Ma dura poco. Sono dei tali barboncini.
Ma torniamo alle masse. Ebbene sì, io posseggo la stessa idiosincrasia di Bukowski. "Passai accanto a 200 persone ma non vidi un solo essere umano", scrive Bukowski in "Compagno di sbronze". Ecco il genio che viene fuori. Che richiama una delle sue massime da incidere nel marmo:" il genio è la capacità di esprimere in modo semplice concetti complessi". Che cosa ci vuol dire Bukowski con quel passare accanto a 200 persone e non vedere nemmeno un esser umano, se non che sta lanciando il suo grido disperato contro l'uomo massa, l'uomo conformista medio di tutto il mondo. Ma particolarmente dell'impero occidentale. L'uomo che fa assieme agli altri uomini pecora tutte le cose che la società dei consumi gli ordina di fare. Quante volte ho pensato quando lavoro nel week end, davanti a masse di migliaia di persone che passeggiano su è giù per l'Ikea, ma non hanno proprio nulla di meglio da fare? perché vengono qui? Ma è chiaro, per vedere altra gente, per fare confronti, spettegolare, criticare e , da ultimo, sbuffare e dire che la gente gli sta sul cazzo. E qui il serpente si morde la coda. "Umanità mi stai sul cazzo", dice Bukowski un po' dappertutto ne suoi scritti. E in fondo dice quello che noi tutti individualmente pensiamo. Quando non troviamo un parcheggio per la macchina, quando facciamo la fila in pizzeria, o allo stadio. o in cassa al supermercato. Me solo pochi di noi in quel momento riescono a pensare: avrei potuto starmene a casa con mia moglie, magari a letto con lei, magari una passeggiata in campagna, in montagna, sul litorale, respirare aria. Non lo penserebbero mai. Perché la maggior parte di loro non sa respirare. E perché la maggior parte di loro riderebbe dei racconti di Bukowski che parla di loro. Perché li riferirebbero sempre agli altri e mai a se stessi. Lo capite perché lo psichiatra è la professione del futuro. Be', questo Bukowski lo aveva intuito. Anche questo, vecchio Buk.

venerdì 31 agosto 2018

8

"26 minuti alle 9 di mattina e sono rimasto senza birra...Allego alla lettera "Satis" , una rivista inglese che ha pubblicato un paio di mie poesie che cadono nella categoria non-edificante. Quelle del tipo edificante le puoi trovare dovunque. E c'è anche una recensione dei mie 3 libri fatta da Cuscaden. E' veramente un gran culo che io in genere non porti cappelli , perché altrimenti dopo aver letto queste recensioni mi monterei talmente la testa che non mi entrerebbero più.
Cara, questa è una trappola: SE CREDI DI ESSERE BRAVO QUANDO TI DICONO DI ESSERE BRAVO , CON QUESTO SEI FINITO, FINITO, MORTO, morto per sempre. L'arte è un gioco di vivere e di morire che si fa giorno dopo giorno , e se vivi un po' di più di quanto muori, allora puoi continuare a produrre roba decente, ma se sei un po' più morto che vivo, allora, sai com'è...
La creazione , il modellare la tua opera , una buona creazione, è un segno che quel dio dentro di te che ti fa andare avanti ha ancora gli occhi aperti. La creazione non è tutto, ma è una parte piuttosto consistente. Fine della lezione 3784".
 Lettera ad Ann Baumann tratta da "Urla dal balcone" volume uno.


In questa lettera Bukowski è molto profondo. Ci fa capire cosa significhi essere un artista puro. Il senso dell'umorismo che non lo abbandona mai,  che, come direbbe lui, gli salva il culo e , sempre come direbbe lui, automaticamente lo salva agli altri, alla platea dei suoi lettori, tracima nella sarcastica riflessione sul fatto che l'artista che crea è giudice unico della propria creazione. E paradossalmente un giudizio negativo aiuta più che uno positivo, falso o pieno di piaggeria. Una lettera di rifiuto di un editore è benzina sul fuoco della creazione. E' l'eterna lotta di Bukowski Davide della scrittura contro il Golia dell'editoria, che sponsorizza gente dal valore letterario infimo, ma che magari ha una bella immagine, una bella faccia, fa sport, ha la tartaruga addominale, dialoga bene in Tv...o è gente ricca di suo. Non lo sapremo mai, non te lo diranno mai, ma l'editoria contemporanea, e anche quella moderna, dei tempi di Bukowski è business. Non mecenatismo, non mentore di reali talenti letterari. E' questo impoverisce la letteratura e la cultura. Sotto questo profilo Bukowski, che potrebbe essere e lo è, scrittore colto, per reazione, diventa un beone della letteratura. Il barbonismo militante della sua vita reale lui lo trasporta in letteratura, facendolo diventare arte. Dai diamanti non nasce niente dallo sterco nascono fiori, lo diceva De Andrè. E non si fida dei circoli letterari e dei poeti che hanno ore ed ore libere davanti , mantenuti da mamme o parenti ricchi, gente che non è in grado di produrre nulla, nessuna emozione, versi vuoti, morti. L'artista , secondo Bukowski deve soffrire, deve cavare la creazione dal bubbone malefico di una vita di stenti e di sofferenza, di fine mese raggiunti a stento, spesso con espedienti anche non del tutto ortodossi. Per questo è sempre in guardia. La vita non gli ha regalato nulla, ha dovuto conquistarsi tuto da solo, scrivendo migliaia di pagine inascoltato in bui scantinati, cantine semibuie e appartamenti con ragni nei termosifoni, scarafaggi e lattine vuote di birra. Eppure è riuscito a far ridere, immolando se stesso a clown delle proprie storie. Eroe buffo e lumperproletario della periferia americana. E dell'impero occidentale, aggiungerei. Non ti esaltare troppo, sembra voler dire Bukowski, se qualcuno ti elogia. E' una trappola e per chi ha vissuto in trappola, sapere che dietro l'angolo c'è una fregatura, potrebbe aiutarti a gustare meglio il successo. O a vivere meglio l'insuccesso. Tanto ci si è abituati.

sabato 18 agosto 2018

7

"Io andai a letto e carcai di dormire. E quelli ( i pappagallini) blateravano!Avevo tutti i muscoli doloranti (per il lavoro). Sia che mi sdraiassi su un fianco , o sull'altro, o sulla schiena, sentivo un gran male. Scoprii che la cosa migliore era sdraiarsi sullo stomaco, ma poi mi stancai. Mi ci volevano due o tre minuti buoni per cambiare posizione. Mi agitavo e mi rigiravo, bestemmiando, un po' urlando e un po' anche ridendo per il ridicolo di quella situazione. E loro continuavano a blaterare. Mi davano sui nervi. Che cosa ne potevano sapere, quei due, del dolore, sempre chiusi nella loro gabbietta? Chiacchiere da teste d'uovo! Tutti piume; cervelli  delle dimensioni di una capocchia di spillo. In qualche modo riuscii a saltar giù dal letto, an andare in cucina, a riempire una tazza d'acqua, poi andai alla gabbia e gli buttai addosso tutta l'acqua. -Brutti figli di puttana! , urlai. Mi guardarono biecamente di sotto le piume bagnate. ma stettero zitti! Non c'era niente come il vecchio scherzo della doccia. Avevo preso a prestito una pagina dagli strizzacervelli. Poi quello verde col petto giallo abbassò la testa e si beccò il petto. Poi la alzò e cominciò a blaterare  con quello rosso col petto verde, e ricominciarono come se niente fosse successo".


Tratto da "Post Office".


Questa divertente pagina di Post Office, romanzo in cui Bukowski parla della sua esperienza lavorativa nelle poste americane mi dà sempre una grande consolazione. Mi ci immedesimo. E mi dà la stura per parlare del mio rapporto con i cani del vicinato. Io abito a Corsico e lavoro all'Ikea. Ora , l'Ikea, per quante leggende metropolitane i clienti si creino in testa circa il clima lavorativo rilassato e i dipendenti che sembrano essere privilegiati, è comunque un'azienda . Un azienda multinazionale, d'accordo, ma pur sempre un'azienda. E alla fine del mese, onestamente, ad essere estremamente sinceri, lo stipendio te lo fa sudare. Pertanto, dopo otto ore di lavoro, più un'ora di pausa in cui io tento di laggiucchiare qualche libro per rilassarmi, in mensa, mentre decine di colleghi parlano, urlano e sghignazzano , mangiando , bevendo o guardando la televisione-vedete bene che quest'ora più che a rilassarti serve a rovinarti la digestione- , ambisco a starmene un po' in santa pace. E qui viene il bello! Una volta tornato a casa , tra il cane dei vicini del piano di sopra e i cani dei palazzi limitrofi abbandonati sui balconi e i cani delle villette della strada a fianco casa, che partecipano al concerto, non c'è verso di trovare quell'agognata oretta, due orette o più di pace. Niente! Non riesci nemmeno a pensare. Se non a bestemmiare tutti i santi. Ora, io amo gli animali, ma la recente moda, non so se mondiale, ma di sicuro italiana , che vede i nuclei familiari, sempre più, popolarsi di uno o più cani, vuoi per sopperire a delle mancanze di qualche tipo, vuoi per non fare figli che fanno domande a cui non si sa più rispondere e costano di meno, vuoi per usarli al parco quando vanno a cacare per flirtare con altre o altri possessori di cani, vuoi per qualsivoglia altro motivo, sta diventando un fenomeno decisamente ingovernabile. Il cane dei vicini del piano superiore, un cucciolo di beagle, tutte le volte che viene lasciato solo abbaia in continuazione. Deve aver avuto qualche trauma appena nato. Oltre a quello di conoscere i miei vicini, intendo. La proprietaria del cane è una signora della Capitanata, recentemente lasciata dal marito, che vive con un figlio apparentemente senza alcun problema. Il figlio , dico. Il marito, un bonaccione che fa l'ambulanziere, viene ogni tanto a trovarli e passa la maggior parte del tempo nei dintorni di casa a fumare parlando nell'auricolare del suo smartphone con la donna con cui sta. O con l'uomo, chi può dirlo, di questi tempi. Quando la signora va al lavoro e il figlio a scuola, a volte il marito gestisce il cane. Lo fa uscire per portarlo a defecare, chissà dove-mai visto con un sacchetto raccoglifeci- e poi trascina , letteralmente , quella povera bestia , riottosa a rientrare in casa, rischiando di impiccarla. Evidentemente si tratta di qualcuno che non ha mai avuto dei cani e che non è capace di gestirlo. Ma la maggior parte delle volte , quando rientro, questo cazzo di Beagle, un cane che hanno chiamato Luna e che i vicini-quelli che vivono in appartamenti lontani dal piano dei miei vicini, ovviamente-accarezzano e coccolano in continuazione, quando lo vedono per strada, abbaia stizzoso , in continuazione. E gratta la porta d'ingresso dell'appartamento con le zampe. E per me è l'inferno. Non riesco a leggere, non riesco a scrivere, non riesco a pensare. Ovviamente ho parlato con la signora della questione. Lei apparentemente è stata comprensiva: il cane sembra soddisfi, nel figlio, la mancanza della figura paterna del padre separato. Questione che avrebbe creato nel figlio un ritardo nell'apprendimento. Promette di consultare un comportamentista dei cani per risolvere il problema. Giorni dopo è scesa dal piano superiore , ha suonato al campanello della mia porta e , candidamente, mi ha detto-non si offenda, ma nel frattempo, io avrei pensato ad una soluzione. Sempre se lei non si offende. le ho comprato dei tappi per le orecchie. Le ho richiuso la porta in faccia. I TAPPI PER LE ORECCHIE? Va be', non sto a tirarla per le lunghe, comunque , informandomi, secondo una sentenza della cassazione, il cane fa parte del nucleo familiare e quindi, a meno che un numero cospicuo di inquilini si lamenti dei latrati del cane-che devono essere valutati in misura considerevole-praticamente non si può agire giuridicamente. Insomma , bisognerebbe avvelenarlo. O meglio, avvelenare i vicini, perché il cane, poveretto, non c'entra niente. Se il cane abbaia, mentre altri cani di altri vicini, non abbaiano, evidentemente c'è un problema di fondo. Naturalmente quello che ha avuto il coraggio, civilmente, di affrontare la cosa, l'unico, sono stato io. Gli altri vicini interessati dal fastidio, nisba. Da bravi italiani medi, attendono che altri risolvano il problema . O che il cane si suicidi, magari. Ma mentre c'è questo problema, cosa accade. Quei giorni in cui il cane viene gestito dal marito o quando madre e figlio sono in casa, dal balcone prospiciente, un cazzo di Pitt Bull abbaia della grossa. Non se ne può più. Mi aspetto che da un momento all'altro diano ai cani il diritto di voto. Tanti , visto come hanno votato per anni gli italiani, i porci già ce l'hanno.  Ecco, caro Bukowski, ti capisco eccome. Per questo ti adoro, adoro le cose che hai scritto. Sei uno di noi, una persona normale che deve sbattersi per sbarcare il lunario. E forse quello che tutti noi chiediamo, non mi pare poi troppo, è  solo un po' di tempo per starsene in pace. Dopo tutto quello che si deve sopportare, semplicemente per sopravvivere. Comunque, per concludere, sto pensando di comprarmi un fucile a piombini, con cannocchiale, per ammazzare il Pitt Bull di fronte. Il proprietario, un sordomuto, quando lo fa uscire, tra l'altro, non lo tiene al guinzaglio, ed è un cane aggressivo. Una volta ho visto che depositava uno stronzo sul marciapiedi e il sordomuto-lo chiamo così perché non ne conosco il nome- si è guardato intorno e si è dileguato. Qui gli stronzi sono diventati due, uno fisso sul marciapiedi, l'altro si è dileguato. E in nessun sacchetto raccoglifeci. Non ho abbandonato l'idea del fucile a piombini. Ho solo pensato di cambiare il target!

martedì 10 luglio 2018

6

"Come cazzo è possibile che a un uomo piaccia essere svegliato alle 6.30 da una sveglia, scivolare fuori dal letto, vestirsi, mangiare a forza, cagare, pisciare, lavarsi i denti e pettinarsi, poi combattere contro il traffico per finire in un posto dove essenzialmente fai un sacco di soldi per qualcun altro e ti viene chiesto di essere grato per l'opportunità di farlo?"
Tratto da Faktotum, un romanzo in cui Bukowski racconta di tutte le sue esperienze di lavoro in giro per le città degli Stati Uniti

Ci può essere frase più geniale di questa? Una frase che fa a pezzi , a fettine coriandolari tutte le ipocrisie degli uomini medi di tutto il mondo capitalista cosiddetto avanzato, la dove avanzato sta per , di risulta, spazzatura...che tali diventiamo al termine di una vita di lavoro. Il lavoro, a ben pensarci, è tempo tolto alla vita e soprattutto alla creatività. Chi si rifugia nel lavoro come ancora di salvezza , potrà anche trarre dei benefici da ciò che fa, se lo fa per sé, ma è un ipocrita all'ennesima potenza se qualche mattina non gli viene voglia di mandare tutti a carte quarantotto. Altrimenti è una persona priva di creatività . O lavora per i soldi. I suoi. Ma quello non è lavoro. Quello è fare soldi. E' un'altra cosa. Bukowski dappertutto nei suoi racconti in cui narra di sfruttamento e schiavismo negli Stati Uniti a cavallo fra gli anni '50 e '60 , non perde occasione per lamentarsi. Deve occupare gran parte del suo tempo quotidiano a produrre ricchezza per gli altri, ricevendone in cambio salari miserabili. Una condizione che si sta prepotentemente riaffacciando nel nostro mondo contemporaneo che non perde occasione per inalberare le bandiere della vittoria del consumo, sul materialismo comunista. La qual cosa potrebbe avere persino un senso se non avessi incontrato nella mia vita decine, centinaia di abitanti dell'est Europa, che rimpiangono quei regimi che garantivano il minimo indispensabile in cambio della libertà di pensiero. Adesso hanno la libertà di pensiero ma non hanno una casa, lavorano come schiavi e non avranno mai una pensione. La libertà di morire di fame. Naturalmente nessuno muore di fame: si muore di sovrappeso, stress, sigarette, alcool, depressione e morte dell'anima! Ma, mi si obbietterà, il capitalismo è basato sul merito, per cui chi è più capace può diventare ricco. Tutti possono diventare ricchi. Certo, basta solo avere più pelo sullo stomaco degli altri . E sfruttare quella insana idea che è alla base delle società consumistiche secondo cui è meglio morire di fame sognando di diventare ricchi che vivere dignitosamente in comunione con gli altri. Diventare più ricchi mica per creare chi sa che. No, per schiacciare gli altri, per farsi invidiare dagli altri. Ovviamente c'è una percentuale di gente cha AMA il proprio lavoro, ma se questa gente messa di fronte alla prospettiva di poter avere lo stretto indispensabile per vivere e scegliere di fare qualcosa di creativo per sé continuasse a dire, non grazie, ridatemi il mio lavoro...be', non ci sarebbe da meravigliarsi se i professionisti più pagati dell'impero occidentale continuerebbero ad essere gli psichiatri! Bukowski ha combattuto tutta la vita con la possibilità di strappare al lavoro per sopravvivere, un po' di tempo per sé. Un po' di tempo per creare. Per scrivere poesie. E al tempo stesso proprio quella sofferenza ha partorito il suo genio, quello stile breve, poetico, di chi deve iniziare e finire una cosa in breve tempo, perché l'indomani si lavora, perché mentre batte a macchina di notte i vicini protestano, perché le donne con cui è stato si lamentavano di questa sua "insana" folle abitudine di scrivere...O altre folli abitudini, la follia non è forse l'esacerbazione della creatività? Siamo milioni di persone che abbiamo sentito e sentiamo come nostra questa condizione. Se proprio volete continuare a idolatrare il lavoro, come spesso ho sentito fare a Milano, una città dove il lavoro è una specie di medicina per combattere "il male di pensare" , perché pensare fa male, potrebbe farti scoprire che sei uno schiavo con la maglietta della Lacoste, se proprio non riuscite a fare a meno di ringraziare i vostri carnefici leccandogli il culo al solo scopo di conservare il vostro stipendio che garantisce calcio, pizza & birra e figa, la figa forse, perché quella  che conta se la beccano quelli a cui leccate il culo, be', mi scuso con le signore lettrici se sarò inopinatamente bukowskiano, in questa conclusione, ma  perché non ve lo scopate, il vostro lavoro?

lunedì 9 luglio 2018

5

"...e qui c'è già Jack che sfoglia il libro, vedo macchie di luce, nasi e orecchie , il lucido delle pagine di fotografie, per me me ne frego, ma immagino che farei bene a parlare di qualcosa ma non parlo bene io, e poi lui è tutto preso , così eccoci qui , canale di Venice , tutta la tristezza alla merda-pollo  di tirare a campare.
-questo s'è messo a dare i numeri due anni fa.
-questo m'aveva chiesto di ciucciargli l'uccello se volevo che mi pubblicassero un libro.
-l'hai fatto?
-l'ho fatto? l'ho pestato per bene! con questo!
mostra il pugno del Bronx
rido. si sta bene con lui e poi è umano. tutti hanno paura d'esser culi, questa storia m'ha un po' stufato. forse sarebbe meglio se diventassimo tutti culi  e se ci mettessimo buoni. niente bastonate.
Jack, per cambiare, lui va anche bene. c'è troppa gente che ha paura di parlar male dei culi- sul piano intellettuale, proprio come c'è tanta gente  che ha paura di parlar male della sinistra...sul piano intellettuale. non mi importa niente di sapere da che parte andiamo-so solo che c'è troppa gente che ha paura".
Da "Taccuino di un vecchio sporcaccione", un libro che è una raccolta dei pezzi che Bukowski scrisse per Open City, una rivista underground molto in voga a Los Angeles , soprattutto negli anni '60.




Ecco un altro degli aspetti di Bukowski. Essere sempre sincero con se stesso e con gli altri. Il politicamente corretto quando puzza di ipocrisia deve essere adeguatamente sputtanato. A lui non piace e non perde occasione per farlo notare. Per lamentarsene. Bukowski oltre che scrittore fu soprattutto un poeta. E non stentiamo a credere che il mondo letterario della poesia negli Stati Uniti, per un uomo come lui, per un uomo che vive  appartato, emarginato, persino dalla scena sociale, figuriamoci letteraria, dovette risultare ostico. Ad appannaggio com'era delle lobbies gay. E anche degli afroamericani. Naturalmente i poeti bianchi eterosessuali ci sguazzavano bene dentro perché non si azzardavano a ironizzare su certi aspetti. Sull'agire da lobby. Intendiamoci nella prima parte del racconto ironizza sugli etero che ci tengono a precisare che non hanno da spartir nulla con i gay. Come se fosse una excusatio non petita. Tanto che alla fine varrebbe la pena di "dichiararsi tutti culi", così finirebbe questa ipocrita presa di distanza. E quindi sottolinea sarcasticamente la doppia ipocrisia di prendere le distanze da certe opzioni sessuali guardandosi bene dal criticare sul piano letterario un poeta se è gay. Una cosa che disturberebbe di sicuro per primi gli omosessuali. In quanto persone intelligenti.  Bukowski ci vuole dire che , nella sua ricerca della verità , non si deve aver paura di criticare ciò che dovrebbe, in teoria, essere dalla parte della cultura o delle libertà sessuali: essere di sinistra cioè. In altre parole critica lo snobismo di sinistra che si autocastra quando c'è da criticare certi ambienti. O un sistema letterario basato sulla falsa accezione che le persone più sensibili, debbano , necessariamente appartenere al mondo della sinistra. O essere omosessuali. Quando sappiamo bene che vi sono molti appartenenti a certuni ambienti che utilizzano queste  bandiere sul piano formale, solo come alibi per giustificare un proprio insuccesso, o, addirittura, come medaglie al valore da sfruttare a proprio vantaggio.

domenica 8 luglio 2018

4

-E va bene , ti piace Jack Smith, dissi.
-Mi piace anche il New Yorker. Ho il diritto di apprezzare il New Yorker. Nel passato Thurber e i redattori facevano grosse discussioni sull'uso della virgola. Andavano avanti a panini al prosciutto e a caffè e discutevano se toglierla o meno, disse Meg.
-Sì, poveracci, mentre il resto del paese era in fila per la zuppa.
Tratto da "La campana non suona per te".


E' del tutto evidente che Bukowski odia i radicalchic di sinistra, della sinistra americana , dei Democrats, una sinistra comunque liberale, ben attenta a non disturbare gli affari del capitalismo. Ben infarcita di tizi pieni di soldi, di tradizioni familiari che nulla hanno a che vedere con i soldati del popolo nordisti che avevano combattuto contro l'abolizione della schiavitù. E se vogliamo , la sinistra , nei paesi a capitalismo cosiddetto avanzato, là dove per avanzato sta a significare prenderlo più velocemente nel di dietro per le masse popolari, nella sua versione politico parlamentare, ha un po' questa puzzetta sotto il naso , questa difesa incorporata per quelli di colore forse più che per i poveri bianchi dell'impero occidentale, che diventa una bandiera imbellettata di snobismo multiculturale da sfoggiare nelle occasioni pubbliche o al tavolo del bridge con le amiche o del bacarà , dipende dal contesto geografico. Men che mai in concreto, dando del lavoro a questa gente, favorendone l'integrazione, sedendosi a tavola con loro e mangiando con le loro posate, che in alcuni casi potrebbero essere le mani (meraviglioso per ciò che mi riguarda), cercando di non schifarsi. In molti suoi racconti Bukowski non fa mistero di questa sua idiosincrasia per i radicalchic di sinistra. Lui è stato un uomo del popolo, spesso un bianco povero in un quartiere di neri , che essendo maggioranza numerica, facevano la voce grossa. Tornava a casa stanco e depresso guadagnando stipendi da fame. Ed è logico che lui voglia dirci, ehi, voi, voi che avete studiato in Università prestigiose, che fate belle professioni , tipo giornalismo o recitate a teatro o nei film, che cazzo ne sapete di cosa significa essere interrotti di notte dalla padrona di casa mentre batti a macchina, non perché fai rumore, no, ma perché hai l'affitto in arretrato? (Mi sembra di sentirlo). Intendiamoci, non è che per uno di sinistra deve essere vietato fare soldi in un sistema capitalista. Questo no. Ma cerchiamo di evitarci l'ipocrisia del quadretto familiare nel quale una famiglia di professionisti accetta che una sua figlia sposi un nero , povero o disoccupato, a cuor leggero. Cerchiamo di essere seri. O almeno coerenti. Ecco io Bukowski lo capisco. Perché anche io vivo come lui, in un quartiere periferico di una città dell'impero occidentale, circondato da arabi, senegalesi e calabresi. E però  l'etnia fra quelle citate che mi è più sconosciuta e che mi è stato più difficile frequentare è stata quella dei calabresi.




E , sempre dallo stesso racconto...
-C'è un cowboy . L'ho conosciuto in un bar. Sono andata da lui. Ha una casa grande. I suoi figli vivono ormai fuori. Ha una casa davvero grande e vuole che io vada  a stare con lui, disse Meg.
-Perché non provi?
-Perché non ti stacchi il cazzo a morsi?
-E' un po' difficile da fare.


Ecco un altro tema caro a Bukowski. Sviluppato con il suo solito senso dell'umorismo scatologico, esplicito, non volgare , però, se inquadriamo il contesto.
Tutti gli uomini maschi alfa , da che mondo e mondo, da che pianeta e pianeta, sono sensibili circa le dimensioni del proprio pene. E' una cosa ridicola e Bukowski stesso ride di questo. Ironizzando persino sulle dimensioni del suo pene. Non gli importa di apparire poco dotato o non superdotato. Perché sa che è un concetto ridicolo e che le prime a ridere di questi complessi da uomo alfa del pianeta occidentale, sono le donne. E' più una cosa da gay focalizzare la sessualità sulle dimensioni del pene. E mentre parlo di queste cose, talmente è stratificata in noi maschi alfa questa questione dimensionale, che penso, oddio, adesso i lettori penseranno che anch'io ce l'ho piccolo? Be' vi lascerò con questo dubbio. Anche perché conosco uomini minidotati che sono riusciti a stare con delle star di prima grandezza. E senza grossi conti in banca. Ma nonostante tutto sento il bisogno di dirvi che lì sotto è tutto in ordine. Nessuna si è mai lamentata. Vedete che ci ricasco? Ecco perché Bukowski fa bene a sdrammatizzare. E la comicità explicit content con cui lo fa è meravigliosa.

lunedì 2 luglio 2018

3


"Si chiamava Minnie Budweisser , sì, quasi come la birra, e Minnie poteva trascinarti indietro fino al 1932, ma invece lei non era affatto così, seduta nel mio ufficio in quel caldo pomeriggio di luglio, con indosso dei pantaloni, senza cercare di mostrarti troppo, non erano nemmeno aderenti, ma si vedeva comunque la gran femmina che era, la femmina debordante, solo una donna su un milione è così. Ed eccola lì: Minnie Budweisser, anche se per ragioni artistiche aveva voluto abbastanza sale in zucca da cambiare il nome in Nina Contralto. La guardai, era uno schianto, le tette non erano siliconate e il sedere era vero, come i movimenti e la grazia e gli occhi e il modo di gesticolare. Era tutta lì da guardare. Aveva gli occhi più maledetti che avessi mai visto-sempre cangianti: all'inizio blu, poi verdi, poi marroni, continuavano a cambiare sfumatura, mutavano colore, era una strega, eppure sapevo che probabilmente mangiava sandwich al burro di arachidi e russava un po' mentre dormiva e qualche volta scorreggiava e ruttava pure".

Questo pezzo tratto da una raccolta di racconti , a volte senza titolo, raccolti da alcuni giornali dell'underground sui quali Bukowski scriveva, e intitolata ironicamente "La campana non suona per te", titolo volutamente Hemingwayano, è abbastanza indicativo di un certo modo di pensare del "nostro eroe".
La descrizione poetica, volutamente poetica, come in un crescendo rossiniano, sembra assurgere a vette descrittive di elogio esponenziale. Ma la caduta finale è volta ad un umanizzazione della creatura descritta: una donna dalla bellezza ammaliante, quasi umiliante, per il resto del genere umano femminile. E quasi umiliante per il resto del genere umano. In questo senso Bukowski, un uomo non bellissimo, anzi, decisamente abbrutito dalla vita e dalla propria sensibilità poetica gettata nella spazzatura dal mondo letterario e intellettuale americano in generale, ci fa capire che la bellezza può essere , nelle mani sbagliate, un arma micidiale. Può fare del male, addirittura uccidere.
Ma il Bukowski uomo, il Bukowski "uno di noi" vuol dirci che anche una dea, anche una creatura dalla bellezza "spaziale", presenta degli aspetti fisiologicamente sgradevoli. Il che la accomuna al resto dell'umanità. E qui nasce una doppia chiave di lettura. ci sono donne che sanno portarsi addosso la propria bellezza e luccicano senza umiliare. Perché sai che dietro quella bellezza che la natura a concesso loro, non c'è colpevolezza, ma anzi un'innocente  imbarazzo nei confronti degli altri, dei non belli. E questo tipo di bellezza è supportata dall'intelligenza. Non tanto la cultura, quanto dall'intelligenza. Che per Bukowski è più importante della cultura. E devo dire che anche per me , nel tempo, fuori da certi stereotipi intellettualoidi dei quali mi sono nutrito in una certa fase  della mia vita, libero da queste lacciuoli paraccademici ridicoli e ridondanti, anche in derivazione delle mie esperienze di vita, l'intelligenza batte la cultura 10 a 0.
D'altro canto esiste un tipo di bellezza priva di umanità. Così priva di umanità, in questa sua ricerca della perfezione in ragione persino del ricorso costante al bisturi, che denota in questo suo accanimento un atteggiamento disperato di potere. Potere sulle altre donne, potere sugli uomini, potere sulla natura, potere oltre Dio. Il tutto intriso di una mentalità da cicala perenne, lontana anni luce dalla constatazione della caducità della vita e del fatto che un giorno si invecchierà e si morirà. E questo tipo di donna o di persona che ricerca il bello unicamente nella perfezione fisica, finirà , a lungo andare, per assomigliare ad un mostro, con labbra da canotto, zigomi come piramidi egizie, capelli tipo parrucca e seni scolpiti che spiccano, nelle loro presenze aliene, tra le increspature tutt'altro che marine, delle rughe d'impressione. Nel senso dell'impressione che fanno. Oddio, non è detto che questo tipo di donna non sia intelligente. Ma dubito che sia interessante, e quando colta nella propria erudizione, finisce per apparire viva quanto una poiana imbalsamata.
E c'è un altro aspetto, in questo tipo di scrittura, una scrittura che, nel suo descrivere, esprime un'opinione. Una scrittura di parte. Una scrittura partigiana. Perché Bukowski ci vuole sempre dire da che parte sta. Persino quando sembra non stare da nessuna parte, in realtà, sta da qualche parte. Molto spesso la sua parte. Ma quasi sempre sta dalla parte di chi non può difendersi. Ed è l'aspetto di chi pensa, non a torto, che in taluni uomini esiste una bellezza nella loro ironia, nel proprio senso dell'umorismo. Un tipo di bellezza non propriamente da Bronzo di Riace , estetica corporea, incentrata sulla tartaruga addominale, ma una bellezza interiore, dell'anima, che spesso riunisce uomini brutti a donne bellissime. Non tanto perché, come si suol dire nella vulgata comune, che anche un uomo non brutto può piacere. Anche se spesso è vero. Quanto per il fatto che una donna veramente intelligente e bella , che sa che  invecchierà, si ammalerà e si imbruttirà esteticamente , come tutti gli essere umani, ha bisogno del disincanto della risata, che solo un uomo intelligente e con il senso dell'umorismo, potrà darle. L'addominale da tartaruga , passa. E poi cosa resta? Il balbettio disfemico e lamentoso di uomini che non sanno ridere delle proprie defaillances sessuali. Trascorrendo il tempo in farmacie e templi dell'estetica che doneranno loro un bel sorriso paralitico sponsorizzato dalla Kukident. Si può ridere meglio e di molto meglio. Queste cose fanno appena tristezza.

sabato 23 giugno 2018

2

Dicevo che Bukowski per me è un talismano. Ed è così. Un uomo che ha raggiunto il successo letterario quasi per caso e in tarda età, restando costantemente fedele a se stesso ed al proprio credo tecnico stilistico, per sua stessa ammissione un Hemingway con del senso dell'umorismo. Un uomo che vergava poesie a lume di candela in appartamenti scalcinati nelle periferie delle grandi città Americane, Los Angeles in particolare. Vergava poesie e racconti che scriveva fondamentalmente a se stesso, per tirarsi su, per darsi la carica, racconti di lavori saltuari e sottopagati, di vite spezzate, di vicini di casa molesti, di ippodromi e scommettitori (lui stesso era un forte scommettitore), scritti che gli permettevano di sopravvivere. Di tirare avanti. Ma che gli generavano rabbia...tutte le volte che s'accorgeva di saper scrivere e di avere il genio di chi scrive in modo semplice avendo la capacità di rendere comprensibili concetti complessi e con un gran senso dell'umorismo, dell'autoironia. Quando non scadeva in sarcasmo autofustigatorio. Di un uomo così non puoi non innamorarti, in senso letterario. Non puoi non ritenerlo un talismano. Perché tutte le volte che leggi una poesia o un racconto di Bukowski , automaticamente il tuoi capi al lavoro, i funzionari pubblici, i medici che credono di avere in pugno la tua salute, riesci a vederli nella loro inevitabile incredibile ridicolaggine...il suo disprezzo per l'umanità, lo capisci, non è altro che amore rivoltato come un calzino da usare dalla parte usata, sporca. Ma è attraverso quel disprezzo crepitantemente ostentato che Bukowski vuol dire che l'umanità tutta insieme "gli sta sul cazzo", come si esprimerebbe lui, ma che gli uomini presi uno ad uno, in fondo non sono male. Non sono cattivi. Sono persino interessanti.
In letteratura Bukowski tende a fare quello che secondo i più autorevoli docenti di letteratura del mondo riconoscano essere l'operazione di demolizione dei grandi scrittori che la critica ufficiale ritiene intoccabili. E la cosa clamorosa e ingenua, ma non per questo meno divertente , è che Bukowski comincia a farlo quando non è ancora conosciuto.
Questa poesia tratta dalla raccolta pubblicata  e tradotta in Italia dal titolo :" Evita lo specchio e non guardare quando tiri la catena" è piuttosto esplicativa di questo atteggiamento:

Rapinato

un uomo finito
e non so dove aggrapparmi
rapinato nei vicoli di nessun dove,
troppe notti e troppi giorni cupi,
troppi mezzogiorni sgradevoli, e come se non bastasse
la fissa cronica
per le signore della morte.

sono
finito, arrotolatemi
impacchettatemi
datemi in pasto
agli uccelli della Normandia o ai
gabbiani di Santa Monica, io
non leggo
più,
io
non creo
più,
io
chiacchiero coi vecchi appoggiato a staccionate
tranquille.

è così che il mio complesso del suicidio
smetterà
di essere complesso?
al telefono mi chiedono
ha mai conosciuto Kerouac?

ora mi faccio sorpassare in autostrada
sono 15 anni che non faccio a pugni.
devo alzarmi per pisciare 3 volte a notte.

e quando per strada incontro una donna arrapante
vedo solo
guai.

sono
finito, tornato al via
bevo da solo e ascolto musica
classica.

la morte sta perlopiù nell'essere pronti.
la tigre attraversa i miei sogni.

mi è appena esplosa la sigaretta in bocca.

mi continuano ad accadere cose
strane.


no, non ho mai conosciuto Kerouac.

e così, vedi:
la mia vita non è stata
poi
così
inutile.


Jack Kerouac negli anni sessanta negli Stati Uniti era un acclamato scrittore della cosiddetta Beat Generation, termine tra l'altro coniato proprio dallo scrittore franco-canadese simbolo di quegli anni di contestazione del potere, ricerca della libertà individuale attraverso mille strade, droghe incluse. Era , secondo l'estabilishment letterario americano e mondiale, un simbolo, un'icona. Ecco perché Bukowski lo attacca. Ma non sarà l'unico, nel corso della sua opera. Rivendicando il diritto di divertirsi, ridere, riflettere con leggerezza, durante la lettura di un libro. O anche restare impressionato. Un libro deve trasmettere emozione pura , vera. Come la vita. E uno scrittore che abbia l'ambizione di affermarsi in campo letterario , ma anche e non solo, in generale, ha il diritto-dovere di demolire i miti della letteratura. Specialmente se sono stati pompati dalla critica. Estabilishment letterario e critica letteraria, sono essenzialmente della accolite di persone che presumono di saperne più degli altri in materia. Ma non sono immuni da simpatie e mazzette. Ecco cosa vuol dire Bukowski. 

E l'ultima parte di quest'altra poesia, tratta dalla stessa raccolta:

"mentre
le star si riuniscono ad
applaudire la propria
apparente
grandezza.

mentre
i fessi
vengono fatti fessi
ancora

fottuta
umanità
del cazzo. "

Lascia trasparire tutto il disgusto di Bukowski, per quella massa di persone che sanno misurare il successo non dai contenuti, di un autore o di un artista, ma dalle stelle filanti che il mainstream imperante spara loro intorno, a cornice spesso, di personaggi che non valgono niente! Altro aspetto , questo, che , paradossalmente all'umanità stessa, scorporata dal greggiume della massa, fa amare questo autore. Nel momento in cui riconosce o fa finta di non riconoscere se stessa...