lunedì 10 settembre 2018

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"...Ma Ginsberg se n'è tirato fuori, in qualche modo, così ha tutto il tempo di scrivere anche se finisce per scrivere male. E' tutto un accumularsi di polvere ed elettrodi, e poi una bella vomitata per finire. Ma lui in questo modo ha qualche possibilità in più che se stesse lavorando in una lavanderia cinese o come segretario di stato- SE RIMANE UN NON PROFESSIONISTA, VOGLIO DIRE."


Urla dal balcone, lettere, volume primo (1959-1969)


Altro passo paradigmatico della concezione della letteratura secondo Bukowski. Bukowski è un puro. Non gli è mai importato veramente di avere successo, se non nella misura in cui, avendolo, poteva tirarsi fuori dalla miserie e dal bisogno. L'artista deve essere un puro, essere estremamente sincero, persino nel disprezzo per gli altri e per se stesso.


"La maggior parte di noi si aggrappa al proprio posto di lavoro meglio che può, vende scope porta a porta, lavora in uffici postali, mattatoi, agenzie di riscossione crediti, tutta questa merda....
(....)
Io non mi meraviglio più che Rimbaud trafficasse armi e andasse in cerca d'oro e si mettesse a fare il pazzo in Africa. Voleva soltanto del tempo per scrivere poesia, credo. E lo desiderava così tanto che non riuscì a scrivere più niente. La fame può rendere artisti oppure no, so soltanto che diventa molto pesante PATIRE LA FAME mentre per strada ti passa accanto gente con la faccia a padella e la pancia piena di bistecca e patate fritte e tutte quelle cose che ti ammazzano, come le biondone di lusso  e le opere complete di Mozart..."


Tratto dalla stessa lettera a Jon e Louisse Webb, noti editori underground americani, sempre da Urla dal balcone etc...


Bukowski in qualche modo sente come un peso, il fatto di doversi impegnare diverse ore del giorno per lavorare per mantenersi. Paghe miserande che servivano appena a pagare l'affitto e a comprare da bere. Mentre la maggior parte degli acclamati scrittori della cosiddetta "Beat Generation", Bourroughs e Kerouac su tutti, venivano mantenuti, già grandi dalle famiglie, avendo tutto il tempo a disposizione per affinare i propri meccanismi creativi e narrativi. E si sente un eroe in questo. E lo è. E' uno dei motivi del suo successo presso i lettori, dell'essere amato. E' uno scrittore letto soprattutto da persone non intellettuali di professione, la maggior parte dei quali , pur sorridendo delle sue boutades, non lo amano particolarmente. Bukowski è paragonabile ad un jazzista rispetto ad un compositore di musica classica o a un direttore d'orchestra che ha studiato al conservatorio: un autodidatta dal talento naturale. Inventa una forma poetica a metà strada con la prosa e scrive senza punteggiatura, come un pittore che lancia i colori su una tela bianca e ne attende la composizione, dando dei colpi di pennello qua e là. Molte delle sue poesie sono scritte come dei piccoli racconti, assolutamente non in rima (cosa che lui aborre). La sua forza è la sua semplicità: osservare la vita, tutto quello che lo circonda e reagire a quello che gli accade. E' un poeta impolitico. La politica non gli serve per le sue rimostranze sindacali. Perché ha già osservato che i liberals, i leader del movimento e del partito democratico parlano in nome del popolo dall'alto dei predellini delle loro limousines. E, aggiungo, quello che è avvenuto negli anni '60 e proseguito poi negli Stati Uniti, non è né più né meno quello che è accaduto alle sinistre europee in epoca contemporanea. Eppure questo modo di pensare fa di lui, al tempo stesso, un poeta molto politico. Un anarchico. Un outsider. Un pensatore pericoloso persino per la sinistra. Perché più a sinistra della sinistra. Un non allineato. Un divergente!

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