giovedì 15 novembre 2018

22

Sicurezza


la casa dei vicini
mi rattrista
marito e moglie si alzano presto
e vanno al lavoro,
tornano a casa nel tardo pomeriggio,
hanno un bambino e una bambina.
alle 9 di sera tutte le luci della casa
si spengono.
il mattino dopo l'uomo e la donna
si alzano di nuovo presto
e vanno al lavoro.
tornano nel tardo pomeriggio.
alle 9 di sera tutte le luci
si spengono.


la casa dei vicini
mi rattrista.
quella gente e brava gente,
mi piacciono.


ma sento che affogano,
e non posso salvarli.


sopravvivono,
non sono dei senzaetto.


ma il prezzo è
terribile.


a volte durante il giorno
guardo la casa
e la casa guarda
me
e piange,
sì, davvero, la sento
piangere.


la casa è triste
per la gente che ci vive
dentro
e lo sono anch'io
e io e lei ci guardiamo
e auto vanno su e giù
per strada,
barche attraversano il porto
e gli alti alberi di palma
rovistano il cielo
e stasera alle 9
si spegnerà la luce,
e non solo in quella
casa
e non solo in questa
città
vite sicure si nascondono,
quasi
si fermano
corpi che
respirano e poco
d'altro.


Il Grande, poesie, terzo volume.


Bukowski dalla sua finestra, l'occhio sul mondo, osserva. Parafrasando Charles Schultz che fa dire a Linus , "amo l'umanità è la gente che non sopporto", Bukowski pone il suo occhio sul mondo, sul fluire della vita. E della morte. Che fa parte della vita. Anche molto spesso quando si crede di essere in vita. Stiamo parlando della morte sociale di ciascuno di noi. Il sistema di vita occidentale è il perfetto archetipo dell'equilibrio della sopravvivenza. Camminiamo tutti sul filo della lama di un rasoio con scarpe di cuoio la cui suola va consumandosi pian piano. Pensiamo di essere felici, al riparo da tutto, perché abbiamo le nostre comodità piccolo-borghesi, una casa, una macchina , un lavoro. Ma se salta uno stipendio cadiamo nella più cupa disperazione. Ed è questo equilibrio del terrore che ci fa sopravvivere senza tuttavia vivere pienamente le nostre vite. Viviamo per lavorare, anziché lavorare per vivere. E le poche cose che possiamo permetterci, la pizza il sabato sera, la partita di calcio la domenica, un gelato di quando in quando, il cinema con scoppiettanti pop corn che scartavetriamo sotto denti instabili che preghiamo miracolosamente di resistere per non dover accendere un altro finanziamento, una settimana in montagna e una al mare, crediamo possano bastarci a dare un senso alle nostre vite: di genitori. Per tutto il giorno siamo assenti, impegnati a produrre beni e servizi che arricchiscono altri, i nostri figli nemmeno c conoscono. Siamo i loro datori di lavoro ed elargiamo paghette pregando di non trovare sacchetti di marijuana sotto i loro cuscini. La società americana degli anni '50 e '60 dentro la quale Bukowski vive, come un microrganismo nel buio di questo immenso calzino rivoltato è stata letteralmente pantografata ed esportata ai giorni nostri in Europa, in Italia. Bukowski osserva tutto ciò che gli accade intorno e lo analizza con la semplicità disarmante di un linguaggio crudo, di strada, che ha il compito, geniale, di distillare analisi precise, puntuali, crudeli e illuminanti, al tempo stesso. Ecco molto spesso anch'io osservo tutto ciò che mi accade intorno con lo stesso spirito e i racconti del vecchio Hank mi portano grande sollievo. NON SONO PAZZO. Qualcun'altro ha pensato le stesse cose 30-40 anni prima di me. E ha osservato e si è fatto un'idea secondo un'angolatura diametralmente opposta a quella della maggior parte degli esseri umani che popolavano le nostre città, i nostri borghi, le nostre strade, i luoghi di lavori, gli stadi, le discoteche. Ecco, in questo mi consola Bukowski, trovo rifugio nei suoi racconti, nelle sue poesie, intrise di questo atteggiamento sarcastico, di chi sa che cambiare il mondo è un illusione ma non può fare a meno di vivere nel modo in cui vive. Sia considerato o meno antisociale. Non importa. Bukowski è mio fratello. E anche lui ha avuto altri fratelli, altri scrittori che gli hanno dato gioia e gli hanno insegnato a guardare gli altri con quest'angolatura. Come Dostoevskij, per esempio. Il punto di vista di una telecamera dotata di pensiero, che, Kantianamente, osserva la realtà come la rappresenta a se stesso. E non com'è. E' perfettamente lecito vivere come vive la famiglia della casa di fronte a Bukowski di cui lo scrittore americano parla nella poesia. E la cosa più tragica è non poter fare nulla per svegliarli dall'incubo semidorato che stanno vivendo. Tutte le mattine io non posso fare a meno di pensare che per andare al lavoro ho dovuto comprare un'auto che mi sto pagando con il lavoro che sto andando a fare. Be', c'è del comico, in tutto ciò. Esserne consapevoli dà una spinta enorme , uno slancio potente, a vedere se si può vivere diversamente. A costo di sembrare strambi.

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