lunedì 2 luglio 2018
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"Si chiamava Minnie Budweisser , sì, quasi come la birra, e Minnie poteva trascinarti indietro fino al 1932, ma invece lei non era affatto così, seduta nel mio ufficio in quel caldo pomeriggio di luglio, con indosso dei pantaloni, senza cercare di mostrarti troppo, non erano nemmeno aderenti, ma si vedeva comunque la gran femmina che era, la femmina debordante, solo una donna su un milione è così. Ed eccola lì: Minnie Budweisser, anche se per ragioni artistiche aveva voluto abbastanza sale in zucca da cambiare il nome in Nina Contralto. La guardai, era uno schianto, le tette non erano siliconate e il sedere era vero, come i movimenti e la grazia e gli occhi e il modo di gesticolare. Era tutta lì da guardare. Aveva gli occhi più maledetti che avessi mai visto-sempre cangianti: all'inizio blu, poi verdi, poi marroni, continuavano a cambiare sfumatura, mutavano colore, era una strega, eppure sapevo che probabilmente mangiava sandwich al burro di arachidi e russava un po' mentre dormiva e qualche volta scorreggiava e ruttava pure".
Questo pezzo tratto da una raccolta di racconti , a volte senza titolo, raccolti da alcuni giornali dell'underground sui quali Bukowski scriveva, e intitolata ironicamente "La campana non suona per te", titolo volutamente Hemingwayano, è abbastanza indicativo di un certo modo di pensare del "nostro eroe".
La descrizione poetica, volutamente poetica, come in un crescendo rossiniano, sembra assurgere a vette descrittive di elogio esponenziale. Ma la caduta finale è volta ad un umanizzazione della creatura descritta: una donna dalla bellezza ammaliante, quasi umiliante, per il resto del genere umano femminile. E quasi umiliante per il resto del genere umano. In questo senso Bukowski, un uomo non bellissimo, anzi, decisamente abbrutito dalla vita e dalla propria sensibilità poetica gettata nella spazzatura dal mondo letterario e intellettuale americano in generale, ci fa capire che la bellezza può essere , nelle mani sbagliate, un arma micidiale. Può fare del male, addirittura uccidere.
Ma il Bukowski uomo, il Bukowski "uno di noi" vuol dirci che anche una dea, anche una creatura dalla bellezza "spaziale", presenta degli aspetti fisiologicamente sgradevoli. Il che la accomuna al resto dell'umanità. E qui nasce una doppia chiave di lettura. ci sono donne che sanno portarsi addosso la propria bellezza e luccicano senza umiliare. Perché sai che dietro quella bellezza che la natura a concesso loro, non c'è colpevolezza, ma anzi un'innocente imbarazzo nei confronti degli altri, dei non belli. E questo tipo di bellezza è supportata dall'intelligenza. Non tanto la cultura, quanto dall'intelligenza. Che per Bukowski è più importante della cultura. E devo dire che anche per me , nel tempo, fuori da certi stereotipi intellettualoidi dei quali mi sono nutrito in una certa fase della mia vita, libero da queste lacciuoli paraccademici ridicoli e ridondanti, anche in derivazione delle mie esperienze di vita, l'intelligenza batte la cultura 10 a 0.
D'altro canto esiste un tipo di bellezza priva di umanità. Così priva di umanità, in questa sua ricerca della perfezione in ragione persino del ricorso costante al bisturi, che denota in questo suo accanimento un atteggiamento disperato di potere. Potere sulle altre donne, potere sugli uomini, potere sulla natura, potere oltre Dio. Il tutto intriso di una mentalità da cicala perenne, lontana anni luce dalla constatazione della caducità della vita e del fatto che un giorno si invecchierà e si morirà. E questo tipo di donna o di persona che ricerca il bello unicamente nella perfezione fisica, finirà , a lungo andare, per assomigliare ad un mostro, con labbra da canotto, zigomi come piramidi egizie, capelli tipo parrucca e seni scolpiti che spiccano, nelle loro presenze aliene, tra le increspature tutt'altro che marine, delle rughe d'impressione. Nel senso dell'impressione che fanno. Oddio, non è detto che questo tipo di donna non sia intelligente. Ma dubito che sia interessante, e quando colta nella propria erudizione, finisce per apparire viva quanto una poiana imbalsamata.
E c'è un altro aspetto, in questo tipo di scrittura, una scrittura che, nel suo descrivere, esprime un'opinione. Una scrittura di parte. Una scrittura partigiana. Perché Bukowski ci vuole sempre dire da che parte sta. Persino quando sembra non stare da nessuna parte, in realtà, sta da qualche parte. Molto spesso la sua parte. Ma quasi sempre sta dalla parte di chi non può difendersi. Ed è l'aspetto di chi pensa, non a torto, che in taluni uomini esiste una bellezza nella loro ironia, nel proprio senso dell'umorismo. Un tipo di bellezza non propriamente da Bronzo di Riace , estetica corporea, incentrata sulla tartaruga addominale, ma una bellezza interiore, dell'anima, che spesso riunisce uomini brutti a donne bellissime. Non tanto perché, come si suol dire nella vulgata comune, che anche un uomo non brutto può piacere. Anche se spesso è vero. Quanto per il fatto che una donna veramente intelligente e bella , che sa che invecchierà, si ammalerà e si imbruttirà esteticamente , come tutti gli essere umani, ha bisogno del disincanto della risata, che solo un uomo intelligente e con il senso dell'umorismo, potrà darle. L'addominale da tartaruga , passa. E poi cosa resta? Il balbettio disfemico e lamentoso di uomini che non sanno ridere delle proprie defaillances sessuali. Trascorrendo il tempo in farmacie e templi dell'estetica che doneranno loro un bel sorriso paralitico sponsorizzato dalla Kukident. Si può ridere meglio e di molto meglio. Queste cose fanno appena tristezza.
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