"-Sei stato sotto le armi?
A quella domanda sembrò che il bar piombasse in un profondo silenzio.
-Vuoi sapere se ho fatto il soldato?
-Sì.
-No.
-Qua dentro siamo stati tutti sotto le armi , a parte Microbo. E' troppo piccolo.
Harry non disse niente.
(....)
-Com'è che non l'hai fatto?
-Non so, devo essere capitato in un momento di stanca fra la Corea e il Vietnam. Non avevo mai l'età giusta. Ma poi...frega qualcosa?
Il ventre del barista abbandonò il banco. Si tirò su quasi dritto.
-Ehi , ragazzi, disse ad alta voce, QUA C'è UNO CHE DICE CHE TUTTE LE GUERRE CHE ABBIAMO COMBATTUTO NON FREGANO NIENTE!
-Ha una sgnacchera al posto del cervello, disse una delle magliette bianche.
-D'accordo, disse Harry, vado via."
Confessioni di un codardo
Bukowski ha raccontato l'episodio del congedo quando fu chiamato per la visita per prestare servizio militare in mille modi e in molte salse e dappertutto nei suoi libri di racconti e poesie. Ma non vuole attribuire un significato particolare alla cosa. Sicuramente è un episodio da annettere nel curriculum della sua filosofia di vita..."Il codardo è uno che prevede il futuro, il coraggioso è uno privo di immaginazione", è una delle sue frasi cardine. Ma anche in questo caso è una difesa d'ufficio della viltà dell'uomo fragile, dell'uomo medio che non ha mezzi per farsi largo nella società o che non ha abbastanza pelo sullo stomaco. Che poi, parliamoci chiaro, sono tutte doti esistenzialmente positive, per quanto mi concerne. Meglio un buono soccombente che un cattivo vincente. Che monotonia! Cosa c'è di esaltante nella vittoria facile di chi ha ogni mezzo per vincere? Niente! Quando quelle rare volte vince chi non ha alcun mezzo, be', credetemi, è una vittoria che vale doppio. E che vale la pena di essere raccontata e presa ad esempio! Ma tornando a Buk. Bukowski fu congedato. Racconta gustosamente in molti suoi libri che finì a colloquio dallo psichiatra. La qual cosa mi fa sorridere, perché anch'io dopo i test di attitudine per il concorso di Ufficiale di Complemento, finii dallo psichiatra. Poi però a me mi presero lo stesso. E dovetti servire la patria per 18 mesi: uno stipendio da nababbo per non fare assolutamente niente. Una specie di Reddito di Cittadinanza anticipato! Bukowski invece finì dallo psichiatra perché, tra le altre cose disse che non vedeva motivo di sparare sui vietnamiti, che in fondo a lui non avevano fatto niente. Il che ricorda in qualche modo le dichiarazione succosamente provocatorie di Mohamed Ali allorché si rifiutò di andare a combattere in Vietnam: "la mia coscienza non mi permette di andare a sparare a mio fratello o a qualsiasi altra persona con la pelle più scura o a gente povera e affamata nel fango per la grande e potente America. E sparargli per cosa? Non mi hanno mai chiamato negro, non mi hanno mai linciato, non mi hanno mai attaccato con i cani, non mi hanno mai privato della mia nazionalità, stuprato o ucciso mia madre o mio padre. Sparargli per cosa? Come posso sparare a quelle povere persone? Allora mettetemi in galera!"
Ma non c'è niente di politico di "no peace mouvement" in questa sua posizione. Eppure al tempo stesso c'è. Ed è apoliticamente dirompente. Perché non può essere messa nell'angolo della faziosità. Dietro lo steccato del fronte opposto politicamente etichettabile. Questa è una delle doti più interessanti di Buk. Il quale, sulla politica, non prende mai una posizione netta indossando la maglia di un partito, anche se si capisce bene da che parte stia. Ma non si rende mai antipatico alla parte politica avversa alle sue idee. Il che spiega molte cose. Spiega per esempio che spesso le idee sono le etichette delle scatole di pomodori pelati o di omogeneizzati che vengono venduti a famiglie ignare, da parti avverse, senza che nessuno si preoccupi che vengano o meno assemblate e prodotte in aree inquinate.
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