"Tom guardò le ragazze messicane addette all'assemblaggio. Per lui erano tutte bellissime. Davano via il loro tempo e la loro vita a quello stupido lavoro sempre uguale, ma esse nondimeno riuscivano a tenere qualcosa per sé, qualche piccola cosa. Molte di loro si mettevano dei piccoli nastri nei capelli; blu, gialli, verdi, rossi...e si facevano anche dei piccoli scherzi fra loro e ridevano sempre. Avevano un coraggio immenso e una loro sapienza negli occhi."
Dal racconto "Giornata", della raccolta "Niente canzoni d'amore".
In questo passo si nota la grande vena poetica di Bukowski. Bukowski fece mille lavori per tirare avanti. E di tutte le esperienze nel mondo del lavoro, fece tesoro. Ne trasse degli insegnamenti di vita. I suoi compagni di lavoro, o di sventura, per via di un lavoro così mal concepito, routinario e inumano, nel mondo capitalista, diventano i suoi eroi letterari. Immedesimandosi nelle vite operaie, empaticamente, riusciva a notare tutti quegli invisibili aspetti di resistenza umana, allo stress e all'insensato logorio di un lavoro che sottrae tempo alla vita, ai piaceri, agli amori, in altre parole al vivere compitamente.. E , notandoli, li faceva suoi. Per andare avanti. La vita sopravvive alla morte dei corpi e dell'anima imposta dalla schiavitù di un lavoro che si deve fare per sopravvivere. Per pagare bollette, affitti, tasse. Altri padroni. In attesa di una pensione, forse, che , se arriverà, sarà quando il tuo corpo e la tua mente saranno già bolliti. E non potrai più decidere di vivere una vita che non hai vissuto. Malinconico ma anche poetico, Bukowski.
Sono passi che si dovrebbero studiare nelle scuole dell'obbligo, per preparare i giovani alla vita ed a resistere in vita imparando a vivere anche quando senti che stai non vivendo rinchiuso in una fabbrica, in un magazzino, in un campo di pomodori, o in un turno di vigilanza notturna, così che si possa godere della poesia del silenzio della notte, quando metti sull'ultima saracinesca il bollino dell'Istituto di Vigilanza, ti scuoti dall'umido, ti fumi una sigaretta e sogni ad occhi aperti, mentre tutti intorno nei palazzi dormono senza sogni...
E qualcuno ancora si meraviglia come mai Bukowski continui anche da morto a conquistarsi schiere di lettori, per lo più, comuni, non intellettuali?
giovedì 18 aprile 2019
domenica 14 aprile 2019
29
"-Come va , Harry, chiese uno dei clienti.
-Si va avanti fra brividi e cacate, rispose Harry.
Harry si sentiva a disagio per McDuffy. Non lo salutava mai nessuno. McDuff era come un foglio di carta assorbente su una scrivania. Non si faceva notare. Non li colpiva per niente. Harry lo notavano perché era un barbone. Li faceva sentire superiori, e loro ne avevano bisogno. McDuff li faceva sentire mediocri, e quelli mediocri lo erano già."
Dal racconto Vita da barbone, del testo "Niente canzoni d'amore."
Emblematico questo passaggio. In questo racconto Bukowski ,che vive ai margini della società , osserva il comportamento degli umani. Umani che sanno giudicare solo dalle apparenze. Harry alias Charles Bukowski , che per molti periodi della sua vita ha vissuto come un barbone, senza lavoro, ma neanche in cerca, intelligente e talentuoso, attende di decidere cosa fare del proprio futuro. Come tutte le persone di talento che non sono brave a brigare e leccare culi in cerca di lavoro, osserva su se stesso ,come usando una telecamera astrale , l'impatto che un individuo anticonvenzionale e antisociale ha su tutti gli altri. Sulla massa delle persone che si lasciano vivere nella propria mediocrità. In questo caso si osserva mentre entra in un bar dove trovarsi qualcosa da bere a scrocco-l'alcol era all'epoca la droga dei poveri, lo stordimento degli ultimi-tramite qualcuno che gliel'offrirà per deriderlo e tirarsi in tal modo un po' su, per differenza con lui, rispetto alla propria esistenza media , mediocre, piatta e senza slanci vitali. Ride dentro di sé mentre osserva la condotta della gente che ha buttato via la propria vita, in un sistema come quello capitalista- e il sistema americano ne è la quintessenza-trovandosi a vivere appena sopra la soglia di povertà. Un sistema ben congegnato le cui catene di prigionia sono rappresentate dal timore che , saltando anche un solo salario mensile, ci si possa letteralmente ritrovare con il culo per terra, riducendosi a vivere come Harry-Bukowski. Come un barbone. Come l'ultimo gradino della scala sociale. Nessuno immagina che Harry-Bukowski sia in possesso di una interiorità ricca che si nutre di un anelito di libertà, di indipendenza, di dignità nel essere e restare umani. Paradigmatico, questo passaggio , anch'esso ricorrente in molti suoi scritti, di un'esistenza in cui la volontà di restare liberi e indipendenti, comporti , in termini pratici di sostentamento, una sofferenza indicibile. Ma se una persona come Bukowski, serba dentro sé questo tratto caratteriale-formatosi sui libri , mutuato dagli eroi della letteratura (Celine, Dostoevskij) da lui letti e saccheggiati nelle bibblioteche pubbliche- non potrà fare a meno di affrontare questa sofferenza , portandola alle estreme conseguenze. Non senza però, una massiccia dose di risate. Risate dell'assurdo, rivolte ad un mondo popolato di persone che hanno mandato navicelle nello spazio e non hanno ancora risolto il problema del traffico sulle tangenziali.
-Si va avanti fra brividi e cacate, rispose Harry.
Harry si sentiva a disagio per McDuffy. Non lo salutava mai nessuno. McDuff era come un foglio di carta assorbente su una scrivania. Non si faceva notare. Non li colpiva per niente. Harry lo notavano perché era un barbone. Li faceva sentire superiori, e loro ne avevano bisogno. McDuff li faceva sentire mediocri, e quelli mediocri lo erano già."
Dal racconto Vita da barbone, del testo "Niente canzoni d'amore."
Emblematico questo passaggio. In questo racconto Bukowski ,che vive ai margini della società , osserva il comportamento degli umani. Umani che sanno giudicare solo dalle apparenze. Harry alias Charles Bukowski , che per molti periodi della sua vita ha vissuto come un barbone, senza lavoro, ma neanche in cerca, intelligente e talentuoso, attende di decidere cosa fare del proprio futuro. Come tutte le persone di talento che non sono brave a brigare e leccare culi in cerca di lavoro, osserva su se stesso ,come usando una telecamera astrale , l'impatto che un individuo anticonvenzionale e antisociale ha su tutti gli altri. Sulla massa delle persone che si lasciano vivere nella propria mediocrità. In questo caso si osserva mentre entra in un bar dove trovarsi qualcosa da bere a scrocco-l'alcol era all'epoca la droga dei poveri, lo stordimento degli ultimi-tramite qualcuno che gliel'offrirà per deriderlo e tirarsi in tal modo un po' su, per differenza con lui, rispetto alla propria esistenza media , mediocre, piatta e senza slanci vitali. Ride dentro di sé mentre osserva la condotta della gente che ha buttato via la propria vita, in un sistema come quello capitalista- e il sistema americano ne è la quintessenza-trovandosi a vivere appena sopra la soglia di povertà. Un sistema ben congegnato le cui catene di prigionia sono rappresentate dal timore che , saltando anche un solo salario mensile, ci si possa letteralmente ritrovare con il culo per terra, riducendosi a vivere come Harry-Bukowski. Come un barbone. Come l'ultimo gradino della scala sociale. Nessuno immagina che Harry-Bukowski sia in possesso di una interiorità ricca che si nutre di un anelito di libertà, di indipendenza, di dignità nel essere e restare umani. Paradigmatico, questo passaggio , anch'esso ricorrente in molti suoi scritti, di un'esistenza in cui la volontà di restare liberi e indipendenti, comporti , in termini pratici di sostentamento, una sofferenza indicibile. Ma se una persona come Bukowski, serba dentro sé questo tratto caratteriale-formatosi sui libri , mutuato dagli eroi della letteratura (Celine, Dostoevskij) da lui letti e saccheggiati nelle bibblioteche pubbliche- non potrà fare a meno di affrontare questa sofferenza , portandola alle estreme conseguenze. Non senza però, una massiccia dose di risate. Risate dell'assurdo, rivolte ad un mondo popolato di persone che hanno mandato navicelle nello spazio e non hanno ancora risolto il problema del traffico sulle tangenziali.
sabato 13 aprile 2019
28
"Ero in gamba. Sono in gamba. A volte mi guardavo le mani e capivo che avrei potuto essere un grande pianista, o qualcosa del genere. Ma in definitiva cos'hanno fatto queste mani? Mi hanno grattato le palle , compilato assegni , allacciato le scarpe, tirato sciacquoni, eccetera. Ho sprecato le mie mani e la mia mente."
Pulp
Caro zio Buk, quanto hai ragione! Ecco un altro dei tuoi leitmotiv: le mani da pianista!Da artista! Le mani come simbolo della creatività. Osservandosi le mani, Bukowski , è ricorrente nei suoi racconti, nei versi delle sue poesie, si ricorda di cosa ha dovuto fare per sbarcare il lunario nell'America "felice" del sogno americano. Le fabbriche, i magazzini, i mattatoi, le strade battute con le suole delle scarpe ridotte a seconda pelle...per sopravvivere in attesa del successo. Nemmeno , forse. In attesa di capire cosa poter fare della propria vita in questo mondo. Com'è noto Bukowski ha ottenuto un certo successo letterario superati i 50 anni d'età. Ma intanto ha sempre scritto. La scrittura, spesso a penna in stampatello su block notes di fortuna, lo ha tenuto in vita. Tanto che quando è arrivato, il successo, non glien'è importato più di tanto. L'atto di scrivere, di creare, lo ha tenuto in vita. Il successo, come avrebbe detto Pasolini, è l'altra faccia della persecuzione. Il successo , per Bukowski, non è stato importante come si può credere. Proprio perché, guardandosi le mani, osservava lo spreco della sua esistenza. E', in un certo senso, anche un rimprovero a se stesso. Per non aver voluto osare arrischiarsi a fare l'artista sin da subito. Anche se senza fondi per sostenersi non è una passeggiata di salute. Ogni tanto , infatti, nei suoi scritti si lamenta di poeti e scrittori che hanno avuto successo dopo essere stati mantenuti per una vita da mamme, famiglie, mogli. Ma questi pensieri , sia pur ricorrenti, non generano in lui odio per quegli individui. Li commisera. Le mani di Bukowski, le mani da pianista, sono una dedica del nostro poeta contemporaneo preferito, a tutti quelli come me, come noi , che sentono di aver buttato la propria vita alle ortiche , per aver seguito le regole delle convenzioni sociali , per essersi sottomessi al sistema e per essere vissuti onesti e sinceri in un mondo dove questi concetti, come avrebbe detto Bukowski stesso, sono ritenuti PAROLACCE!
Pulp
Caro zio Buk, quanto hai ragione! Ecco un altro dei tuoi leitmotiv: le mani da pianista!Da artista! Le mani come simbolo della creatività. Osservandosi le mani, Bukowski , è ricorrente nei suoi racconti, nei versi delle sue poesie, si ricorda di cosa ha dovuto fare per sbarcare il lunario nell'America "felice" del sogno americano. Le fabbriche, i magazzini, i mattatoi, le strade battute con le suole delle scarpe ridotte a seconda pelle...per sopravvivere in attesa del successo. Nemmeno , forse. In attesa di capire cosa poter fare della propria vita in questo mondo. Com'è noto Bukowski ha ottenuto un certo successo letterario superati i 50 anni d'età. Ma intanto ha sempre scritto. La scrittura, spesso a penna in stampatello su block notes di fortuna, lo ha tenuto in vita. Tanto che quando è arrivato, il successo, non glien'è importato più di tanto. L'atto di scrivere, di creare, lo ha tenuto in vita. Il successo, come avrebbe detto Pasolini, è l'altra faccia della persecuzione. Il successo , per Bukowski, non è stato importante come si può credere. Proprio perché, guardandosi le mani, osservava lo spreco della sua esistenza. E', in un certo senso, anche un rimprovero a se stesso. Per non aver voluto osare arrischiarsi a fare l'artista sin da subito. Anche se senza fondi per sostenersi non è una passeggiata di salute. Ogni tanto , infatti, nei suoi scritti si lamenta di poeti e scrittori che hanno avuto successo dopo essere stati mantenuti per una vita da mamme, famiglie, mogli. Ma questi pensieri , sia pur ricorrenti, non generano in lui odio per quegli individui. Li commisera. Le mani di Bukowski, le mani da pianista, sono una dedica del nostro poeta contemporaneo preferito, a tutti quelli come me, come noi , che sentono di aver buttato la propria vita alle ortiche , per aver seguito le regole delle convenzioni sociali , per essersi sottomessi al sistema e per essere vissuti onesti e sinceri in un mondo dove questi concetti, come avrebbe detto Bukowski stesso, sono ritenuti PAROLACCE!
venerdì 12 aprile 2019
27
" In un certo senso mi persi. Cominciai a fissarla su per le gambe. Ero sempre stato il classico tipo 'da gambe'. Erano la prima cosa che avevo visto quando ero nato. Ma allora stavo cercando di uscire. Da quel momento in poi avevo cercato di darmi da fare nella direzione opposta, ma con scarsi risultati".
Pulp
Già. Bukowski e le donne. Bukowski e le gambe delle donne. E' sempre stato un feticismo ricorrente in molti suoi racconti . Le gambe delle donne che spuntano da sotto le loro gonne mentre escono da un'auto. Mentre si accavallano sedute sul divano. Con calze a rete spesso sdrucite, rotte, smagliate...L'immaginario erotico di Bukowski era vintage in epoca vintage , ma ha continuato ad essere vintage per sempre. Le gambe riuscivano sempre ad entusiasmarlo anche quando il resto non era granchè. Le gambe salvavano tutto. Gambe che terminavano con scarpe a tacco alto, ovviamente. Le gambe gli fornivano persino il carattere di una donna. Le gambe scoperte e la gonna erano "la femminilità". Poi tutto il resto, certo. Le gambe come parte del tutto che definisce il tutto. Le gambe sono democratiche: quelle delle donne ricche , di quelle ubriache o pazze incontrate nei bar, delle puttane di strada, delle vicine di case, delle mogli degli amici. In fondo la sessualità di Bukowski è semplice, popolare, segaiola, guardona. In tutte le donne, in sovrappeso, magari, sfatte, alcolizzate, da lui incontrate, c'erano le gambe che le rendevano umane, approssimabili, e persino desiderabili. Persino le sue, di gambe, erano esaltanti. Gli piacevano. Le sue gambe lo costringevano a guardare in basso. Per timidezza, senso di vergogna, sicurezza del non doversi guardare allo specchio. Erano un talismano, per lui. Come se guardare le gambe gli impedisse di guardare il mondo. O, nello specchio, la sua faccia orripilata dal circostante, le facce false delle donne proprietarie di quelle gambe. In fondo le gambe non mentono mai!
Pulp
Già. Bukowski e le donne. Bukowski e le gambe delle donne. E' sempre stato un feticismo ricorrente in molti suoi racconti . Le gambe delle donne che spuntano da sotto le loro gonne mentre escono da un'auto. Mentre si accavallano sedute sul divano. Con calze a rete spesso sdrucite, rotte, smagliate...L'immaginario erotico di Bukowski era vintage in epoca vintage , ma ha continuato ad essere vintage per sempre. Le gambe riuscivano sempre ad entusiasmarlo anche quando il resto non era granchè. Le gambe salvavano tutto. Gambe che terminavano con scarpe a tacco alto, ovviamente. Le gambe gli fornivano persino il carattere di una donna. Le gambe scoperte e la gonna erano "la femminilità". Poi tutto il resto, certo. Le gambe come parte del tutto che definisce il tutto. Le gambe sono democratiche: quelle delle donne ricche , di quelle ubriache o pazze incontrate nei bar, delle puttane di strada, delle vicine di case, delle mogli degli amici. In fondo la sessualità di Bukowski è semplice, popolare, segaiola, guardona. In tutte le donne, in sovrappeso, magari, sfatte, alcolizzate, da lui incontrate, c'erano le gambe che le rendevano umane, approssimabili, e persino desiderabili. Persino le sue, di gambe, erano esaltanti. Gli piacevano. Le sue gambe lo costringevano a guardare in basso. Per timidezza, senso di vergogna, sicurezza del non doversi guardare allo specchio. Erano un talismano, per lui. Come se guardare le gambe gli impedisse di guardare il mondo. O, nello specchio, la sua faccia orripilata dal circostante, le facce false delle donne proprietarie di quelle gambe. In fondo le gambe non mentono mai!
lunedì 8 aprile 2019
26
"Entrai e mi sedetti sullo sgabello. Venne da me il barista.
-Ciao Eddie, disse.
-Non sono Eddie, gli dissi.
-Sono io Eddie, disse.
-Non fare il furbo con me, gli dissi.
--Sei tu che lo fai, disse.
-Senti , barista. Io sono un uomo pacifico, piuttosto normale. Non annuso ascelle e non indosso biancheria intima femminile. Ma da qualsiasi parte io vada, c'è sempre qualcuno che mi stuzzica, che non mi dà pace. Perché?
-Perché, in qualche modo, te le tiri."
Pulp, Charles Bukowski
Bukowski mi assomiglia. A dire il vero assomiglia a tutte quelle persone che aspirano ad essere libere. Chi se ne sta tranquillo per i fatti suoi, non lecca il culo, né si lamenta, né deve socializzare per forza, infastidisce. La tranquillità altrui genera una sorta di invidia in chi evidentemente tranquillo non è ! Devono per forza inneggiare al mal comune mezzo gaudio. Devono scaricarti addosso le loro tensioni. Le loro frustrazioni. Non sanno vivere il proprio dolore in se stessi. Pensano che scaricarlo addosso agli altri li libererà un po' dal loro fardello. Bukowski in tutti i suoi racconti , nelle sue poesie, aspirava ad essere una persona tranquilla. Reagisce alle circostanze , reagisce alla vita ed al suo portato di tensioni. Uno i propri dolori privati ce li ha. Ma vuole viverli in privato. Ma non è possibile. C'è sempre qualcuno che viene a provocare. A stuzzicare. Che vuole un confronto. Una competizione. E ti lascerà in pace solo quando avrà la certezza che anche tu soffri. Che tu non te la sei sfangata dalla vita, nel lavoro, nelle strade, tutti i giorni in cui scendi nell'arena. E le ansie degli altri non riescono a non diventare le tue. Perché te le sparano addosso con la loro malevolenza. Se appari tranquillo, privo di tensioni, se te ne freghi dello stato, della politica, del calcio e della fica-fica intesa come sesso ambito e mai consumato, come succede all'uomo medio mondiale-diventi un individuo antisociale e finisci, in tal modo, per sembrare un presuntuoso, uno che se la tira. E che può fare a meno degli altri. Con tutto il corteo dei loro problemi. Veri o presunti che siano. Ti costringono sempre a schierarti. I deboli si schierano con i più forti , senza capire che , in questo modo, soccomberanno come tutti gli altri . Se non prima. Bukowski ha sempre odiato i conformismi, le masse pecorecce che seguono il torrente. E questo lo ha portato spesso a prendere la parti , per reazione o per ostentata provocazione, persino con i cattivi. Perché i buoni non erano migliori di loro. O non potevano sfoderare una supposta superiorità morale. Ma una supposta e basta. Come quando a scuola, stanco della retorica nazionalista americana , si schierò con i nazisti, poco prima della guerra. Ma il suo era un modo per mandare a carte quarantotto i falsi buonismi di chi , deprecando patiboli altrui, si preparava a costruirne di nuovi. Sotto questo profilo Bukowski è stato un eretico. In scarsa ma buonissima compagnia: leggi Pasolini, leggi Henry Miller...
-Ciao Eddie, disse.
-Non sono Eddie, gli dissi.
-Sono io Eddie, disse.
-Non fare il furbo con me, gli dissi.
--Sei tu che lo fai, disse.
-Senti , barista. Io sono un uomo pacifico, piuttosto normale. Non annuso ascelle e non indosso biancheria intima femminile. Ma da qualsiasi parte io vada, c'è sempre qualcuno che mi stuzzica, che non mi dà pace. Perché?
-Perché, in qualche modo, te le tiri."
Pulp, Charles Bukowski
Bukowski mi assomiglia. A dire il vero assomiglia a tutte quelle persone che aspirano ad essere libere. Chi se ne sta tranquillo per i fatti suoi, non lecca il culo, né si lamenta, né deve socializzare per forza, infastidisce. La tranquillità altrui genera una sorta di invidia in chi evidentemente tranquillo non è ! Devono per forza inneggiare al mal comune mezzo gaudio. Devono scaricarti addosso le loro tensioni. Le loro frustrazioni. Non sanno vivere il proprio dolore in se stessi. Pensano che scaricarlo addosso agli altri li libererà un po' dal loro fardello. Bukowski in tutti i suoi racconti , nelle sue poesie, aspirava ad essere una persona tranquilla. Reagisce alle circostanze , reagisce alla vita ed al suo portato di tensioni. Uno i propri dolori privati ce li ha. Ma vuole viverli in privato. Ma non è possibile. C'è sempre qualcuno che viene a provocare. A stuzzicare. Che vuole un confronto. Una competizione. E ti lascerà in pace solo quando avrà la certezza che anche tu soffri. Che tu non te la sei sfangata dalla vita, nel lavoro, nelle strade, tutti i giorni in cui scendi nell'arena. E le ansie degli altri non riescono a non diventare le tue. Perché te le sparano addosso con la loro malevolenza. Se appari tranquillo, privo di tensioni, se te ne freghi dello stato, della politica, del calcio e della fica-fica intesa come sesso ambito e mai consumato, come succede all'uomo medio mondiale-diventi un individuo antisociale e finisci, in tal modo, per sembrare un presuntuoso, uno che se la tira. E che può fare a meno degli altri. Con tutto il corteo dei loro problemi. Veri o presunti che siano. Ti costringono sempre a schierarti. I deboli si schierano con i più forti , senza capire che , in questo modo, soccomberanno come tutti gli altri . Se non prima. Bukowski ha sempre odiato i conformismi, le masse pecorecce che seguono il torrente. E questo lo ha portato spesso a prendere la parti , per reazione o per ostentata provocazione, persino con i cattivi. Perché i buoni non erano migliori di loro. O non potevano sfoderare una supposta superiorità morale. Ma una supposta e basta. Come quando a scuola, stanco della retorica nazionalista americana , si schierò con i nazisti, poco prima della guerra. Ma il suo era un modo per mandare a carte quarantotto i falsi buonismi di chi , deprecando patiboli altrui, si preparava a costruirne di nuovi. Sotto questo profilo Bukowski è stato un eretico. In scarsa ma buonissima compagnia: leggi Pasolini, leggi Henry Miller...
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