martedì 10 luglio 2018

6

"Come cazzo è possibile che a un uomo piaccia essere svegliato alle 6.30 da una sveglia, scivolare fuori dal letto, vestirsi, mangiare a forza, cagare, pisciare, lavarsi i denti e pettinarsi, poi combattere contro il traffico per finire in un posto dove essenzialmente fai un sacco di soldi per qualcun altro e ti viene chiesto di essere grato per l'opportunità di farlo?"
Tratto da Faktotum, un romanzo in cui Bukowski racconta di tutte le sue esperienze di lavoro in giro per le città degli Stati Uniti

Ci può essere frase più geniale di questa? Una frase che fa a pezzi , a fettine coriandolari tutte le ipocrisie degli uomini medi di tutto il mondo capitalista cosiddetto avanzato, la dove avanzato sta per , di risulta, spazzatura...che tali diventiamo al termine di una vita di lavoro. Il lavoro, a ben pensarci, è tempo tolto alla vita e soprattutto alla creatività. Chi si rifugia nel lavoro come ancora di salvezza , potrà anche trarre dei benefici da ciò che fa, se lo fa per sé, ma è un ipocrita all'ennesima potenza se qualche mattina non gli viene voglia di mandare tutti a carte quarantotto. Altrimenti è una persona priva di creatività . O lavora per i soldi. I suoi. Ma quello non è lavoro. Quello è fare soldi. E' un'altra cosa. Bukowski dappertutto nei suoi racconti in cui narra di sfruttamento e schiavismo negli Stati Uniti a cavallo fra gli anni '50 e '60 , non perde occasione per lamentarsi. Deve occupare gran parte del suo tempo quotidiano a produrre ricchezza per gli altri, ricevendone in cambio salari miserabili. Una condizione che si sta prepotentemente riaffacciando nel nostro mondo contemporaneo che non perde occasione per inalberare le bandiere della vittoria del consumo, sul materialismo comunista. La qual cosa potrebbe avere persino un senso se non avessi incontrato nella mia vita decine, centinaia di abitanti dell'est Europa, che rimpiangono quei regimi che garantivano il minimo indispensabile in cambio della libertà di pensiero. Adesso hanno la libertà di pensiero ma non hanno una casa, lavorano come schiavi e non avranno mai una pensione. La libertà di morire di fame. Naturalmente nessuno muore di fame: si muore di sovrappeso, stress, sigarette, alcool, depressione e morte dell'anima! Ma, mi si obbietterà, il capitalismo è basato sul merito, per cui chi è più capace può diventare ricco. Tutti possono diventare ricchi. Certo, basta solo avere più pelo sullo stomaco degli altri . E sfruttare quella insana idea che è alla base delle società consumistiche secondo cui è meglio morire di fame sognando di diventare ricchi che vivere dignitosamente in comunione con gli altri. Diventare più ricchi mica per creare chi sa che. No, per schiacciare gli altri, per farsi invidiare dagli altri. Ovviamente c'è una percentuale di gente cha AMA il proprio lavoro, ma se questa gente messa di fronte alla prospettiva di poter avere lo stretto indispensabile per vivere e scegliere di fare qualcosa di creativo per sé continuasse a dire, non grazie, ridatemi il mio lavoro...be', non ci sarebbe da meravigliarsi se i professionisti più pagati dell'impero occidentale continuerebbero ad essere gli psichiatri! Bukowski ha combattuto tutta la vita con la possibilità di strappare al lavoro per sopravvivere, un po' di tempo per sé. Un po' di tempo per creare. Per scrivere poesie. E al tempo stesso proprio quella sofferenza ha partorito il suo genio, quello stile breve, poetico, di chi deve iniziare e finire una cosa in breve tempo, perché l'indomani si lavora, perché mentre batte a macchina di notte i vicini protestano, perché le donne con cui è stato si lamentavano di questa sua "insana" folle abitudine di scrivere...O altre folli abitudini, la follia non è forse l'esacerbazione della creatività? Siamo milioni di persone che abbiamo sentito e sentiamo come nostra questa condizione. Se proprio volete continuare a idolatrare il lavoro, come spesso ho sentito fare a Milano, una città dove il lavoro è una specie di medicina per combattere "il male di pensare" , perché pensare fa male, potrebbe farti scoprire che sei uno schiavo con la maglietta della Lacoste, se proprio non riuscite a fare a meno di ringraziare i vostri carnefici leccandogli il culo al solo scopo di conservare il vostro stipendio che garantisce calcio, pizza & birra e figa, la figa forse, perché quella  che conta se la beccano quelli a cui leccate il culo, be', mi scuso con le signore lettrici se sarò inopinatamente bukowskiano, in questa conclusione, ma  perché non ve lo scopate, il vostro lavoro?

lunedì 9 luglio 2018

5

"...e qui c'è già Jack che sfoglia il libro, vedo macchie di luce, nasi e orecchie , il lucido delle pagine di fotografie, per me me ne frego, ma immagino che farei bene a parlare di qualcosa ma non parlo bene io, e poi lui è tutto preso , così eccoci qui , canale di Venice , tutta la tristezza alla merda-pollo  di tirare a campare.
-questo s'è messo a dare i numeri due anni fa.
-questo m'aveva chiesto di ciucciargli l'uccello se volevo che mi pubblicassero un libro.
-l'hai fatto?
-l'ho fatto? l'ho pestato per bene! con questo!
mostra il pugno del Bronx
rido. si sta bene con lui e poi è umano. tutti hanno paura d'esser culi, questa storia m'ha un po' stufato. forse sarebbe meglio se diventassimo tutti culi  e se ci mettessimo buoni. niente bastonate.
Jack, per cambiare, lui va anche bene. c'è troppa gente che ha paura di parlar male dei culi- sul piano intellettuale, proprio come c'è tanta gente  che ha paura di parlar male della sinistra...sul piano intellettuale. non mi importa niente di sapere da che parte andiamo-so solo che c'è troppa gente che ha paura".
Da "Taccuino di un vecchio sporcaccione", un libro che è una raccolta dei pezzi che Bukowski scrisse per Open City, una rivista underground molto in voga a Los Angeles , soprattutto negli anni '60.




Ecco un altro degli aspetti di Bukowski. Essere sempre sincero con se stesso e con gli altri. Il politicamente corretto quando puzza di ipocrisia deve essere adeguatamente sputtanato. A lui non piace e non perde occasione per farlo notare. Per lamentarsene. Bukowski oltre che scrittore fu soprattutto un poeta. E non stentiamo a credere che il mondo letterario della poesia negli Stati Uniti, per un uomo come lui, per un uomo che vive  appartato, emarginato, persino dalla scena sociale, figuriamoci letteraria, dovette risultare ostico. Ad appannaggio com'era delle lobbies gay. E anche degli afroamericani. Naturalmente i poeti bianchi eterosessuali ci sguazzavano bene dentro perché non si azzardavano a ironizzare su certi aspetti. Sull'agire da lobby. Intendiamoci nella prima parte del racconto ironizza sugli etero che ci tengono a precisare che non hanno da spartir nulla con i gay. Come se fosse una excusatio non petita. Tanto che alla fine varrebbe la pena di "dichiararsi tutti culi", così finirebbe questa ipocrita presa di distanza. E quindi sottolinea sarcasticamente la doppia ipocrisia di prendere le distanze da certe opzioni sessuali guardandosi bene dal criticare sul piano letterario un poeta se è gay. Una cosa che disturberebbe di sicuro per primi gli omosessuali. In quanto persone intelligenti.  Bukowski ci vuole dire che , nella sua ricerca della verità , non si deve aver paura di criticare ciò che dovrebbe, in teoria, essere dalla parte della cultura o delle libertà sessuali: essere di sinistra cioè. In altre parole critica lo snobismo di sinistra che si autocastra quando c'è da criticare certi ambienti. O un sistema letterario basato sulla falsa accezione che le persone più sensibili, debbano , necessariamente appartenere al mondo della sinistra. O essere omosessuali. Quando sappiamo bene che vi sono molti appartenenti a certuni ambienti che utilizzano queste  bandiere sul piano formale, solo come alibi per giustificare un proprio insuccesso, o, addirittura, come medaglie al valore da sfruttare a proprio vantaggio.

domenica 8 luglio 2018

4

-E va bene , ti piace Jack Smith, dissi.
-Mi piace anche il New Yorker. Ho il diritto di apprezzare il New Yorker. Nel passato Thurber e i redattori facevano grosse discussioni sull'uso della virgola. Andavano avanti a panini al prosciutto e a caffè e discutevano se toglierla o meno, disse Meg.
-Sì, poveracci, mentre il resto del paese era in fila per la zuppa.
Tratto da "La campana non suona per te".


E' del tutto evidente che Bukowski odia i radicalchic di sinistra, della sinistra americana , dei Democrats, una sinistra comunque liberale, ben attenta a non disturbare gli affari del capitalismo. Ben infarcita di tizi pieni di soldi, di tradizioni familiari che nulla hanno a che vedere con i soldati del popolo nordisti che avevano combattuto contro l'abolizione della schiavitù. E se vogliamo , la sinistra , nei paesi a capitalismo cosiddetto avanzato, là dove per avanzato sta a significare prenderlo più velocemente nel di dietro per le masse popolari, nella sua versione politico parlamentare, ha un po' questa puzzetta sotto il naso , questa difesa incorporata per quelli di colore forse più che per i poveri bianchi dell'impero occidentale, che diventa una bandiera imbellettata di snobismo multiculturale da sfoggiare nelle occasioni pubbliche o al tavolo del bridge con le amiche o del bacarà , dipende dal contesto geografico. Men che mai in concreto, dando del lavoro a questa gente, favorendone l'integrazione, sedendosi a tavola con loro e mangiando con le loro posate, che in alcuni casi potrebbero essere le mani (meraviglioso per ciò che mi riguarda), cercando di non schifarsi. In molti suoi racconti Bukowski non fa mistero di questa sua idiosincrasia per i radicalchic di sinistra. Lui è stato un uomo del popolo, spesso un bianco povero in un quartiere di neri , che essendo maggioranza numerica, facevano la voce grossa. Tornava a casa stanco e depresso guadagnando stipendi da fame. Ed è logico che lui voglia dirci, ehi, voi, voi che avete studiato in Università prestigiose, che fate belle professioni , tipo giornalismo o recitate a teatro o nei film, che cazzo ne sapete di cosa significa essere interrotti di notte dalla padrona di casa mentre batti a macchina, non perché fai rumore, no, ma perché hai l'affitto in arretrato? (Mi sembra di sentirlo). Intendiamoci, non è che per uno di sinistra deve essere vietato fare soldi in un sistema capitalista. Questo no. Ma cerchiamo di evitarci l'ipocrisia del quadretto familiare nel quale una famiglia di professionisti accetta che una sua figlia sposi un nero , povero o disoccupato, a cuor leggero. Cerchiamo di essere seri. O almeno coerenti. Ecco io Bukowski lo capisco. Perché anche io vivo come lui, in un quartiere periferico di una città dell'impero occidentale, circondato da arabi, senegalesi e calabresi. E però  l'etnia fra quelle citate che mi è più sconosciuta e che mi è stato più difficile frequentare è stata quella dei calabresi.




E , sempre dallo stesso racconto...
-C'è un cowboy . L'ho conosciuto in un bar. Sono andata da lui. Ha una casa grande. I suoi figli vivono ormai fuori. Ha una casa davvero grande e vuole che io vada  a stare con lui, disse Meg.
-Perché non provi?
-Perché non ti stacchi il cazzo a morsi?
-E' un po' difficile da fare.


Ecco un altro tema caro a Bukowski. Sviluppato con il suo solito senso dell'umorismo scatologico, esplicito, non volgare , però, se inquadriamo il contesto.
Tutti gli uomini maschi alfa , da che mondo e mondo, da che pianeta e pianeta, sono sensibili circa le dimensioni del proprio pene. E' una cosa ridicola e Bukowski stesso ride di questo. Ironizzando persino sulle dimensioni del suo pene. Non gli importa di apparire poco dotato o non superdotato. Perché sa che è un concetto ridicolo e che le prime a ridere di questi complessi da uomo alfa del pianeta occidentale, sono le donne. E' più una cosa da gay focalizzare la sessualità sulle dimensioni del pene. E mentre parlo di queste cose, talmente è stratificata in noi maschi alfa questa questione dimensionale, che penso, oddio, adesso i lettori penseranno che anch'io ce l'ho piccolo? Be' vi lascerò con questo dubbio. Anche perché conosco uomini minidotati che sono riusciti a stare con delle star di prima grandezza. E senza grossi conti in banca. Ma nonostante tutto sento il bisogno di dirvi che lì sotto è tutto in ordine. Nessuna si è mai lamentata. Vedete che ci ricasco? Ecco perché Bukowski fa bene a sdrammatizzare. E la comicità explicit content con cui lo fa è meravigliosa.

lunedì 2 luglio 2018

3


"Si chiamava Minnie Budweisser , sì, quasi come la birra, e Minnie poteva trascinarti indietro fino al 1932, ma invece lei non era affatto così, seduta nel mio ufficio in quel caldo pomeriggio di luglio, con indosso dei pantaloni, senza cercare di mostrarti troppo, non erano nemmeno aderenti, ma si vedeva comunque la gran femmina che era, la femmina debordante, solo una donna su un milione è così. Ed eccola lì: Minnie Budweisser, anche se per ragioni artistiche aveva voluto abbastanza sale in zucca da cambiare il nome in Nina Contralto. La guardai, era uno schianto, le tette non erano siliconate e il sedere era vero, come i movimenti e la grazia e gli occhi e il modo di gesticolare. Era tutta lì da guardare. Aveva gli occhi più maledetti che avessi mai visto-sempre cangianti: all'inizio blu, poi verdi, poi marroni, continuavano a cambiare sfumatura, mutavano colore, era una strega, eppure sapevo che probabilmente mangiava sandwich al burro di arachidi e russava un po' mentre dormiva e qualche volta scorreggiava e ruttava pure".

Questo pezzo tratto da una raccolta di racconti , a volte senza titolo, raccolti da alcuni giornali dell'underground sui quali Bukowski scriveva, e intitolata ironicamente "La campana non suona per te", titolo volutamente Hemingwayano, è abbastanza indicativo di un certo modo di pensare del "nostro eroe".
La descrizione poetica, volutamente poetica, come in un crescendo rossiniano, sembra assurgere a vette descrittive di elogio esponenziale. Ma la caduta finale è volta ad un umanizzazione della creatura descritta: una donna dalla bellezza ammaliante, quasi umiliante, per il resto del genere umano femminile. E quasi umiliante per il resto del genere umano. In questo senso Bukowski, un uomo non bellissimo, anzi, decisamente abbrutito dalla vita e dalla propria sensibilità poetica gettata nella spazzatura dal mondo letterario e intellettuale americano in generale, ci fa capire che la bellezza può essere , nelle mani sbagliate, un arma micidiale. Può fare del male, addirittura uccidere.
Ma il Bukowski uomo, il Bukowski "uno di noi" vuol dirci che anche una dea, anche una creatura dalla bellezza "spaziale", presenta degli aspetti fisiologicamente sgradevoli. Il che la accomuna al resto dell'umanità. E qui nasce una doppia chiave di lettura. ci sono donne che sanno portarsi addosso la propria bellezza e luccicano senza umiliare. Perché sai che dietro quella bellezza che la natura a concesso loro, non c'è colpevolezza, ma anzi un'innocente  imbarazzo nei confronti degli altri, dei non belli. E questo tipo di bellezza è supportata dall'intelligenza. Non tanto la cultura, quanto dall'intelligenza. Che per Bukowski è più importante della cultura. E devo dire che anche per me , nel tempo, fuori da certi stereotipi intellettualoidi dei quali mi sono nutrito in una certa fase  della mia vita, libero da queste lacciuoli paraccademici ridicoli e ridondanti, anche in derivazione delle mie esperienze di vita, l'intelligenza batte la cultura 10 a 0.
D'altro canto esiste un tipo di bellezza priva di umanità. Così priva di umanità, in questa sua ricerca della perfezione in ragione persino del ricorso costante al bisturi, che denota in questo suo accanimento un atteggiamento disperato di potere. Potere sulle altre donne, potere sugli uomini, potere sulla natura, potere oltre Dio. Il tutto intriso di una mentalità da cicala perenne, lontana anni luce dalla constatazione della caducità della vita e del fatto che un giorno si invecchierà e si morirà. E questo tipo di donna o di persona che ricerca il bello unicamente nella perfezione fisica, finirà , a lungo andare, per assomigliare ad un mostro, con labbra da canotto, zigomi come piramidi egizie, capelli tipo parrucca e seni scolpiti che spiccano, nelle loro presenze aliene, tra le increspature tutt'altro che marine, delle rughe d'impressione. Nel senso dell'impressione che fanno. Oddio, non è detto che questo tipo di donna non sia intelligente. Ma dubito che sia interessante, e quando colta nella propria erudizione, finisce per apparire viva quanto una poiana imbalsamata.
E c'è un altro aspetto, in questo tipo di scrittura, una scrittura che, nel suo descrivere, esprime un'opinione. Una scrittura di parte. Una scrittura partigiana. Perché Bukowski ci vuole sempre dire da che parte sta. Persino quando sembra non stare da nessuna parte, in realtà, sta da qualche parte. Molto spesso la sua parte. Ma quasi sempre sta dalla parte di chi non può difendersi. Ed è l'aspetto di chi pensa, non a torto, che in taluni uomini esiste una bellezza nella loro ironia, nel proprio senso dell'umorismo. Un tipo di bellezza non propriamente da Bronzo di Riace , estetica corporea, incentrata sulla tartaruga addominale, ma una bellezza interiore, dell'anima, che spesso riunisce uomini brutti a donne bellissime. Non tanto perché, come si suol dire nella vulgata comune, che anche un uomo non brutto può piacere. Anche se spesso è vero. Quanto per il fatto che una donna veramente intelligente e bella , che sa che  invecchierà, si ammalerà e si imbruttirà esteticamente , come tutti gli essere umani, ha bisogno del disincanto della risata, che solo un uomo intelligente e con il senso dell'umorismo, potrà darle. L'addominale da tartaruga , passa. E poi cosa resta? Il balbettio disfemico e lamentoso di uomini che non sanno ridere delle proprie defaillances sessuali. Trascorrendo il tempo in farmacie e templi dell'estetica che doneranno loro un bel sorriso paralitico sponsorizzato dalla Kukident. Si può ridere meglio e di molto meglio. Queste cose fanno appena tristezza.