sabato 16 gennaio 2021

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Al Los Angeles City College poco prima della seconda guerra mondiale, mi atteggiavo a nazista. Riuscivo a male pena a distinguere Hitler da Ercole e non poteva importarmene meno. La cosa era successa perchè mi ero rotto le scatole di starmene seduto, durante i corsi, a sentire i patrioti che tenevano sermoni sulla necessità di intervenire per schiacciare la belva. Decisi di passare all'opposizione. Non mi curai nemmeno di documentarmi su Adolph limitandomi a dire tutto quello che di selvaggio o maniacale mi passava per la testa. In realtà non avevo nessun credo politico. Si trattava di un modo come un altro di sentirmi sganciato. Sapete, se a volte uno non crede in quello che fa se la cava molto meglio, perchè è libero da implicazioni emotive. (...)

In classe balzavo in piedi e urlavo tutto quello che mo veniva mente. Di solito aveva qualche attinenza con il concetto di Razza Superiore, che mi sembrava piuttosto divertente. Non me la prendevo direttamente con i negri o con gli ebrei, che mi sembravano poveri e confusi quanto me. Ma mi scagliavo in invettive dentro e fuori la classe e la bottiglia di vino che tenevo dentro l'armadietto contribuiva all'operazione. Ero sorpreso che fossero in tanti ad ascoltarmi e che pochissimi, se pur qualcuno, mettessero in discussione le mie affermazioni. Parlavo a ruota libera ed ero felice che il  Los Angeles City College fosse un posto tanto divertente.

(...)Un'altra volta c'era un comunista che parlava da una piattaforma eretta in uno spiazzo vuoto a sud del campus. Era un ragazzotto dall'aria onesta, con gli occhiali senza montatura, i brufoli e un maglione nero dai gomiti bucati. Mi fermai ad ascoltarlo insieme ad alcuni miei discepoli. Uno di loro, un russo bianco, tale Zirkoff, il cui nonno e il padre erano stati uccisi dai rossi durante la rivoluzione sovietica. Mi mostrò un sacco di pomodori marci. "Quando ci dai il via" mi disse"cominciamo a lanciarli."Improvvisamente mi resi conto che i miei accoliti non avevano prestato la minima attenzione alle parole dell'oratore, e che comunque, niente di quanto aveva detto importava. Avevano già deciso. Quasi tutti erano così.

(...)Mi informarono che si sarebbe costituito un partito nuovo. Partito D'Avanguardia. Mi diedero un indirizzo di Glandale dove mi recai quella sera stessa. (...)L'americano dall'aria sana iniziò a parlare. Lo riconobbi. Era un robustone che sedeva sempre in prima fila durante le lezioni di teatro. Non mi ero mai fidato dei tipi come lui. Erano dei leccaculo. Dei veri e propri leccaculo. "La minaccia comunista deve essere fermata" esordì. "Lo scopo della nostra riunione è quello di prendere delle iniziative in questo senso. Saranno iniziative in parte legali e in parte illegali",,," Il resto non me lo ricordo quasi. Non mi importava niente della minaccia comunista nè di quella nazista. Volevo ubriacarmi, volevo scopare, volevo fare una buona mangiata, volevo cantare davanti ad un boccale di birra in un sudicio bar, fumandomi un sigaro. Non avevo coscienza. Ero uno sciocco. Uno strumento.

(...) Me ne stavo seduto con il mio migliore amico, un marine, in un bar del centro a scolarmi una birra, quando accadde.La radio trasmetteva un  programma musicale e la musica si interruppe. Fu dato l'annuncio che Pearl Harbour era stata bombardata e che tutto il personale militare doveva rientrare immediatamente alle basi. Il mio amico mi chiese di accompagnarlo in autobus a San Diego, buttando là che forse quella era l'ultima volta che lo vedevo vivo. Aveva ragione.

Da "Questioni di politica", racconto inserito nella raccolta "A sud di nessun nord".

Questi stralci del lungo racconto "Questioni di politica", potrebbero, ad una prima lettura, sembrare un esercizio di qualunquismo. Mi permetto di interpretare il pensiero di Bukowski, al riguardo, se fosse vivo. Avrebbe detto che  QUALUNQUISMO è una parolaccia. Nel senso che è una parola che sintetizza un epoca storica e politica la cui conoscenza non si può pretendere da chiunque. E' uno di quei termini che utilizzano taluni intellettuali per sintetizzare degli universi concettuali che , o non hanno voglia, o non hanno capacità, di spiegare all'uomo della strada. All'uomo medio. Alla persona semplice. A NOI. Che non lucriamo su lavori intellettuali, campandoci su, ma che dobbiamo sbarcare il lunario tutti i santi giorni, per arrivare a fine mese e che abbiamo necessità di capire subito e in parole accessibili come stanno le cose. Invece il pensiero di Bukowski è profondo, nella sua semplicità. NON NE VALE LA PENA. Ecco cosa ci vuol dire Hank. Tutti quei discorsi, quelle parolone, le guerre e i morti, ed eccoci ancora qui. I poveri restano poveri e i ricchi sempre più ricchi. E i poveri di spirito ancora più poveri di spirito. Permettetemi una digressione personale. Anch'io quando da ragazzo frequentavo la sezione del Pci e poi Ds, al paesello, mi atteggiavo a stalinista. Era per provocare. Era per mettere in ridicolo l'ipocrisia di tutti questi tizi, liberi professionisti e professori, di cui pullulava il direttivo, che pretendevano di interpretare il volere delle masse proletarie. Proposi una moratoria edilizia sulla costa-vivevo in un borgo del sud mediterraneo, all'epoca, molto bello e ricco di una natura incontaminata-Be', erano tutti in difficoltà. Era un'istanza tremendamente ambientalista e un aprtito di sinistra non potava non dirsi ambientalista, ma molti di loro erano ingegneri e architetti, che bramavano incarichi edilizi di ogni specie e speculazione. Anni dopo infatti alcuni di loro sono passati ai verdi. Li avessi visti UNA VOLTA, DICO UNA, ad un corteo antinucleare o a manifestazioni contro la cementificazione selvaggia della costa! STALIN era un dittatore spietato, ma, ecco, mi sembrava in quel momento uno spettro ideale da agitare per farmi rispettare. Non lo sapevo che invece era il modo migliore per farmi emarginare.E non avevo ancora letto Bukowski! Queste cose le ho ritrovate tutte dentro i suoi libri, i suoi racconti, le sue poesie. Ecco perchè BUKOWSKI E' UNO DI NOI! Lo è stato per me in queste circostanze-mi ha fatto sentire meno solo-ma lo è stato e lo sarà uno di noi per tanti altri in molte altre occasioni!







giovedì 7 gennaio 2021

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sulla costa atlantica c'è un'orchestra sinfonica. il direttore si guadagna da vivere facendo eseguire quelle che io chiamo Melodie per Principianti. questi brani musicali sono sono l'autentico diletto di ogni principiante di ogni principiante della musica classica. ma se una persona possiede un minimo di sensibilità non riesce a sopportare l'ascolto di questi brani per principianti per più di 4 o 5 volte senza stomacarsi un pochino. ma l'orchestra di cui parlo propina questa musica una settimana dopo l'altra, e il pubblico è fatto di persone di mezz'età, e da dove vengono e quali siano state le cause del loro ritardo mentale, non posso dirvelo. ma dopo aver ascoltato questi brani elementari e in qualche modo zuccherosi, il pubblico crede di aver ascoltato qualcosa di nuovo, di grande e di profondo, e così balza in piedi e comincia a gridare "BRAVI,  BRAVI!" proprio come hanno sentito dire che è usanza fare. il direttore esce sul proscenio e comincia a fare un inchino dopo l'altro e poi chiede all'orchestra di alzarsi. l'unica cosa a cui riesco a pensare è " ma questo direttore, sa che li sta infinocchiando o è un ritardato mentale anche lui?" alcuni dei pezzi che, se potessi, farei studiare alle scuole elementari di musica e che il direttore ama dirigere sono, La Vie Perisienne di Offenbach, il Bolero di Ravel, l'ouverture di Rossini La Gazza Ladra, Lo Schiaccianoci di Chaikovski (che il diavolo ci salvi); la Carmen di Bizet o brani da quest'opera, El Salon Mexico di Copland, Il Cappello A Tre Punte di De Falla, Pomp and Circumstance March di Edgar, la Rapsodia in Blu di Gershwin ( che il diavolo ci salvi due volte!); e ci sono molti altri brani che adesso non mi vengono in mente...ma si permette che questo pubblico particolare venga in contatto con queste cose sciroppose, che entra nella merda senza difese.e mentre tornano a casa in macchina, potete assistere ad una scena più o meno come questa. l'uomo sui 52, proprietario di 3 negozi di mobili, che si sente intelligente: "per dio, dobbiamo parlare con..., ecco un uomo che conosce la musica, che riesce a fartela entrare nel sangue! la moglie"si, mi fa sempre sentire in paradiso! tra parentesi, mangiamo a casa o al ristorante?"

Tratto da Appunti di un suicida potenziale, racconto della raccolta "Compagno di sbronze".


Un'altra delle tante sorprese di Bukowski è questa passione e, soprattutto, competenza, per la musica classica. Sorprendente questo contrasto tra il suo linguaggio, roccaforte per la sua vita picaresca e gli ottimi gusti musicali nel campo della musica classica. Bukowski deve molto alla musica classica. Gli ha tenuto compagnia per una vita. Non ha mai avuto una Tv e quando ha potuto permettersela non ne è mai andato matto. Ha sempre ascoltato musica classica in fruscianti radioline di fortuna. Immancabile sottofondo contrappuntato dal rumore dei tasti della sua macchina da scrivere. Mentre in compagnia delle sue birre , del vino e dei sigari da due soldi, nel corso di migliaia di notti insonni, creava le sue poesie, i suoi racconti i suoi romanzi. Spesso costretto a litigare, per il ticchettio incessante in ora tarda, con i vicini di casa delle sue altrettante migliaia di stanze in affitto.Tra i compositori, cito a memoria, Malher è stato d gran lunga fra i suoi preferiti. La musica classica, ecco, un altro elemento di distinzione dalla massa. Dalle masse preda di jingle pubblicitari e di insulsi cinepanettoni di ogni epoca. La storia sembra ripetersi. I grandi compositori, di cui lui amava leggere e studiare le biografie, hanno prodotto in lui un processo di identificazione. I tasti della sua macchina da scrivere erano i tasti di un pianoforte attraverso cui ascoltare la propria musica interiore. Ecco, Bukowski è stato unico anche per queste caratteristiche, per questo contrasto. Un lucido narratore iperrealistico, sarcastico, fintamente cinico, turpiloquiante, ma mai volgare-per lui le vere parolacce erano DISOCCUPAZIONE, FAME, MISERIA, GUERRA-che ha sempre ascoltato musica classica. E a furia di ascoltarla, ha continuato ad affinare i propri gusti. Non solo per le melodie. Ma per le cose belle della vita.In contrasto con l'orrore di chi non sa cercarle.

mercoledì 6 gennaio 2021

39

 ...."SPEGNI LA LUCE", urlava mio padre. Stavo leggendo i russi, Turgenev e Gorky. Mio padre voleva che le luci fossero tutte spente alle 8 di sera. Voleva dormire per essere fresco ed efficiente al lavoro, il giorno dopo. A casa non parlava d'altro che del suo lavoro. Parlava a mia madre del suo lavoro dal momento in cui metteva piede in casa la sera fino a quando andavamo a dormire. Era deciso a fare carriera. "Bene adesso basta con quei fottuti libri! Spegni la luce!". Per me quei personaggi entrati nella mia vita dal nulla erano tutto. Erano le sole voci che mi parlavano. "Va bene", dicevo. Poi prendevo la lampada, mi infilavo sotto le coperte, tiravo sotto anche il cuscino, sotto la trapunta. Faceva un gran caldo, la lampada si surriscaldava, e facevo fatica a respirare. Alzavo la coperta per far entrare un pò d'aria. "Che cosa succede? E' una luce quella? Henry, hai spento la luce?". Tiravo giù in fretta la coperta e aspettavo che mio padre si mettesse a russare. Turgenev era un tipo molto serio, ma riusciva a farmi ridere perchè le verità sono molto divertenti quando le si incontra la prima volta. Quando la verità di qualcuno è la tua stessa verità, e lui sembra dirla solo per te, è una cosa fantastica. Leggevo i miei libri di notte sotto la coperta, con la lampada surriscaldata. Leggevo tutte quelle frasi e intanto soffocavo. Pura magia.

Da Panino al prosciutto.


Piove da sei giorni ed avevo mal di testa. Poi ci sono delle cose che leggi, anche a spot, aprendo a caso un libro di Bukowski, ed ecco, come per magia, il mal di testa ti scompare. Dovrebbero leggerlo negli ospedali, Bukowski. E' terapeutico. Può esserci un modo più giusto di raccontare l'amore per i libri, se non questo, scritto da Bukowski nella sua autobiografia, intitolata Panino al prosciutto? Stai pensando a tutt'altro, fuori piove, c'è il lockdown, c'è la pandemia, il coronavirus, ma ecco che Bukowski ti viene in soccorso. Ti strappa un sorriso o ti riempie di saggezza con una semplice immagine che descrive un mondo. Alzi la mano chi di voi non ha mai provato quella stessa magia! Leggere un libro e ad un certo punto avere la sensazione che quel libro vi stia parlando. I genitori di Bukowski rappresentavano un certo proletariato americano fatto di immigrati che tenta la perenne scalata sociale del gambero. Ed ecco che un figlio in questa famiglia trascorre le sue notti a leggere libri. Soffre per se stesso, la faccia deturpata dall'acne, in quel periodo, i monotoni discorsi della famiglia media già allucinata da Tv e tentativi di inerpicarsi socialmente...Si aggrappa ai libri. A quei discorsi scritti che sopravvivono nei secoli e che dicono cosa già dette mille volte e che nessuno si è fermato ad ascoltare veramente: è la magia della pagina scritta. Una pagina scritta che cura. Taumaturgica. Bukowski lesse molto e di tutto. Ogni tanto trovava qualcuno che parlasse il suo linguaggio, che parlasse alla sua anima persa. E se ne innamorava. Cercò qualcuno di questi scrittori, cercando ispirazione, per dire poi quello che gli avevano insegnato o quello che provava dentro di sè. Quando trovò qualcuno che scrivesse in modo semplice, in grado di comunicare il proprio dolore, il piacere la gioia, con un linguaggio accessibile a tutti...si ispirò a lui, aggiungendovi il suo umorismo, la sua ironia, nonchè una buona dose di autoironia: ed ecco che era nato un nuovo scrittore. Una bomba atomica nell'universo patinato delle miccette e dei petardi di Capodanno. E quest'uomo, per sua stessa ammissione, fu Hemingway. Amò Hemingway, finchè non si sentì in grado di superarlo. Fino a permettersi il lusso di ironizzare persino su di lui. Sul mostro sacro."Illuminava la pagina, ma non aveva alcun senso dell'umorismo. Come potevi avere senso dell'umorismo se ti alzavi alle sei di mattina per scrivere?", scrisse su Hemingway da qualche parte. In varie poesie e racconti. Be', direi che il mal di testa mi è proprio passato.




lunedì 4 gennaio 2021

38

 (...) Penso che una delle cose migliori che mi sia capitata è di essere stato uno scrittore di insuccesso per così tanto tempo e di aver dovuto lavorare per vivere fino a 50 anni. Mi ha tenuto lontano dagli altri scrittori e dai loro giochi di società e dalle loro maldicenze e lagne e ora che ho avuto un pò di fortuna intendo graziarli con la mia assenza. Lasciamoli continuare con i loro attacchi, io continuerò il mio lavoro che non è una cosa che faccio per cercare l'immortalità o una benchè minima fama. Lo faccio perchè devo e continuerò a farlo. Sto quasi sempre bene, specialmente quando sono davanti a questa macchina da scrivere, e il fiume di parole sgorga sempre più fluente e le parole sono sempre più autentiche. Vero o no, giusto o sbagliato, io continuerò a scrivere così.

Sulla scrittura, lettera a A.A.D. Winans 27 giugno 1984


Be', credo che queste parole di Bukowski possano essere il testamento di un certo tipo di scrittore. Che dico, di uomo. Nonostante la sofferenza dei mille lavori saltuari, malpagati e disagevoli, Bukowski non li baratta con la frequentazione del mondo letterario. E ciò corrisponde alla mia personale visione sull'arte e sugli scrittori. Quando uno scrittore ha successo e soprattutto quando non lo sa gestire e crede che gli elogi siano sinceri e non frutto di marchette pubblicitarie o infatuazioni emulatorie, comincia a credere alla propria immortalità. Bukowski, masochisticamente, ha accettato i rifiuti letterari come un incentivo allo scrivere meglio, al fare meglio. Ed ha scelto la solitudine. Per non lasciarsi contaminare dagli ambienti letterari. Culla di pretenziosi professionisti della scrittura che si credono immortali. Bukowski non crede a nessun tipo di immortalità. Men che meno nella propria. Proprio per questo i lettori continuano a premiarlo. Continuano a credergli. E continuano a crescere. Bukowski morì a 73 anni stroncato da una leucemia fulminante. I suoi funerali furono officiati da alcuni monaci buddhisti. Sulla sua lapide c'è una frase, due parole:" Don't Try". Non ci provare. Questa frase la usò in una poesia dedicata agli aspiranti scrittori e poeti riguardo all'ispirazione e alla creatività. Spiegò questa frase in questo modo:«Qualcuno una volta  mi chiese: "Cosa fai? Come scrivi, come crei?" Non lo fai, gli dissi. Non provi. È molto importante: non provare, né per le Cadillac, né per la creazione o per l'immortalità. Aspetti, e se non succede niente, aspetti ancora un po'. È come un insetto in cima al muro. Aspetti che venga verso di te. Quando si avvicina abbastanza, lo raggiungi, lo schiacci e lo uccidi. O se ti piace il suo aspetto ne fai un animale domestico.»

Ecco io Bukowski, per esempio, lo capisco. Ho la sua stessa idiosincrasia per lo scrittore che presenta i suoi libri. Vende la sua mercanzia. Io preferisco non andare mai a presentazioni di libri che mi sono piaciuti. Perchè gli scrittori che presentano i propri libri, sono la morte della scrittura. E l'inizio del Carosello. Bukowski invece ha fatto tesoro della lezione di Schopenhauer, sugli scrittori: "Ci sono innanzitutto due tipi di scrittori: quelli che scrivono per la cosa e quelli che scrivono per scrivere. I primi hanno avuto idee o hanno fatto esperienze che sembrano loro degne di comunicazione; i secondi hanno bisogno di denaro e scrivono per denaro. Pensano allo scopo di scrivere. Li si riconosce perché tirano in lungo il più possibile i loro pensieri ed espongono mezze verità, teorie sbagliate, precipitate e traballanti; di solito amano anche il chiaroscuro per sembrare ciò che non sono, ragion per cui alla loro scrittura manca precisione e piena chiarezza. Si può notare subito che scrivono per riempire la pagina: talvolta lo si può vedere nei nostri scrittori migliori, come per esempio qua e là nella Drammaturgia di Lessing e persino in alcuni romanzi di Jean Paul. Non appena lo si nota bisogna buttare via il libro: il tempo è prezioso. In fondo l’autore prende in giro il lettore quando scrive per riempire la pagina, perché egli scrive con il pretesto di avere qualcosa da comunicare. […] Scrive cose degne di nota soltanto chi scrive unicamente per la cosa. Che inestimabile guadagno sarebbe se in ogni ramo della letteratura esistessero solo pochi libri, ma eccellenti."

Per questo Bukowski sopravvivrà agli scrittori che si sono creduti immortali. Per il suo relativismo, verso la scrittura e verso la vita. Per Bukowski scrivere è l'atto stesso dello scrivere. Battere sui tasti, mentre sorseggi una lattina di birra e ti accendi l'ultimo mozzicone di sigaro. E ti accorgi che quello è il tuo culmine massimo di illuminazione. Tutto il resto sono consigli per gli acquisti!