Intervista a Bukowski
Ottenni una dispensa dall'Assoluto per un'intervista a Bukowski. L'assoluto mi venne in sogno e disse” l'anima di quell'uomo è da qualche parte in un bar nel regno dei cieli. Attento, però, se non vorrà farsi trovare non lo troverai”. “Ok”, risposi all'Assoluto. “Ci provo”, conclusi.
“Domani sera vai a letto presto e cerca di dormire, io aprirò un varco per te...questo però è l'unico desiderio che portò concederti prima di prendermi la tua anima. Ti sei giocato il jolly”. “Va bene”, dissi. E così fu. Andai a letto presto e cominciain a sognare.
Entrai in un bar di un paese sconosciuto. C'era qualche avventore e alcune donne che non avevano l'aria di stare in quel posto per un pic nic dopo il catechismo. Non avrei capito se il paradiso o l'inferno esistevano. L'avrei chiesto a Bukowski (non ebbi il tempo di chiederglielo). Vagai per il bar, era immenso. Ogni stanza sembrava uguale all'altra. Ed eccolo, finalmente, seduto su uno sgabello, appoggiato al bancone del bar, solitario come sempre, come me l'immaginavo. Mi avvicinai.
“ Piacere, mi chiamo Nico Cordola e vorrei intervistarla”, dissi.
Bukowski mi guardò con i suoi occhi, due fessure in mezzo al mare di rughe e la barba folta, sulla quale una mosca stava facendo surf.
“See?”, disse.
“Posso farle qualche domanda?”.
“Dammi del tu..e, un altra cosa, hai portato l'occorrente?”.
“Naturalmente”, dissi. Sfilai il mio zainetto dalle spalle e tirai fuori una confezione di birre in lattina da sei. Gliela porsi.
“Un'altra cosa...devi bere anche tu. Così ti sciogli un po', ok?
“Ok”, dissi.
“Senti, Bukowski...”, incomincai a dire. Ma lui mi stoppò con la mano.
“Hank, per favore, Hank”.
“D'accordo, Hank”, dissi. Lui versò una delle lattine che gli avevo portato nel bicchiere da una pinta che aveva davanti e bevve. Poi chiese un bicchiere al barman. Il barman si chiamava Angelo ( me l'immaginavo).
Bukowski versò un po' di birra nel mio bicchiere. “Bevi”, fece. Io bevvi. Non sopportavo la birra, preferivo il vino, ma per Hank, mi dissi, questo ed altro. Quando mi ricapita?
“Ecco...ehm...Hank, una volta da qualche parte hai scritto che ti ritenevi immortale, mi puoi dire cosa intendevi?”.
Sorseggiò la sua birra con calma.”Nel senso che io ho scritto tutto quello che mi capitava nei miei libri, nelle mie poesie, la mia vita, capisci? Be' sento dire che sono ancora uno dei più venduti. Non è questa forse una forma di immortalità? Vendo più io di Dante Alighieri”. E sorrise sotto i baffi di birra.
“Vero. Ma perchè il paragone con Dante?”.
“Perchè entrambi abbiamo descritto l'inferno. Io ho visto moltitudini di uomini che popolano i gironi infernali della terra facendo lavori che non vogliono fare, mangiando cibi scadenti, pensando costantemente al sesso come ad una qualche forma di piacere che non gli accade mai o quasi mai, ascoltando musica pessima , vivendo vite che non vorrebbero vivere. Ora, caro amico, finchè non si rendono conto che sono morti prima di morire, be', si fanno andare giù tutto liscio, ma quando se ne rendono conto, quelli che se ne rendono conto, vivono all'inferno. Non so tu, caro amico, ma io ci vedo delle analogie”, disse. Poi dette un altro sorso alla sua birra.
“Altra domanda”, dissi” che ne pensi del'amore?”.
Bukowski si fece serio. Bevve ancora, si scolò quasi tutta la pinta.” L'amore? L'amore è come il morbillo, si prende una volta sola nella vita, tutto il resto, compreso il matrimonio sono contratti non scritti del farsi compagnia per paura della solitudine”.
“Tu hai paura della solitudine, Hank? O preferisci Henry o Chinaski?”.
“Hank va benone...dunque, per rispondere alla tua domanda, be', la solitudine è stata la migliore compagnia che abbia mai avuto. La maggior parte degli esseri umani mi fanno paura, persino io se mi guardo allo specchio inorridisco per quello che vedo. Ora, tu ti chiederai, mio caro amico, come mai ho venduto un profluvio di libri in cui insulto gli esseri umani, in cui insulto chi mi legge?”.
“Non lo so”, dissi.
“Lo so io” disse Bukowski “la maggior parte delle persone non si riconoscono quando leggono di se stesse. Pensano sempre che quelle parole siano riferite agli altri. E ridono di loro. Non si riconoscono. Sono vampiri, capisci? Si guardano allo specchio e non vedono niente”.
“Cambiamo argomento”, dissi,” sei stato anche un grande poeta. Che differenza c'è fra la poesia e la prosa?”.
“Non mi fare queste domande, non sono un critico letterario. Posso solo dirti che quando mi sentivo abbastanza bene scrivevo prosa, racconti, romanzi. Mentre quando stavo male scrivevo poesie. Be', io ho scritto centinaia di migliaia di poesie e una decina di romanzi o raccolte di racconti. Questo dovrebbe darti la misura di come mi sia sentito la maggior parte del tempo nella mia vita”.
“Se dovessi fare un bilancio della tua vita, che cosa diresti?”, dissi. Notai che aveva finito le birre e che cominciava a diventare nervoso. Dovevo affrettarmi a chiedergli quanto più possibile.
Bevve l'ultimo sorso e sbattè il bicchiere di vetro sul bancone. Il bicchiere non si ruppe. Bukowski mi guardò come se mi volesse dire che si era rammollito.
“ Dunque, io sono nato in Germania. Ma a due anni sono stato portato negli Stati Uniti. Ho vissuto la maggior parte della mia vita a Los Angeles. Perchè? Perchè la conoscevo bene e sarei riuscito a trovare la strada di casa tutte le volte che mi fossi ubriacato. I mie genitori erano due persone orribili. Mio padre parlava in continuazione di lavoro e di una carriera che non avrebbe mai fatto, mia madre diceva a mio padre di picchiarmi anche quando non avevo fatto nulla. Botte preventive, capisci? Ho avuto una forma d'acne al volto che mi ha lasciato il viso deturpato per buona parte della mia vita. Per questo porto quasi sempre la barba. Sono sopravvissuto perchè ho scoperto i libri. Di notte sotto le lenzuola, con una lampadina, leggevo Dostoevskij, Celine, Nietzsche e altri buoni amici che mi hanno insegnato delle cose e mi hanno tenuto compagnia. A scuola non ero un granchè, me ne stavo sempre da solo, ero sempre contro tutti, un isolazionista, capisci? Perchè ho deciso di scrivere? Perchè ci sono un mucchio di scrittori sopravvalutati e raccomandati che scrivono male e troppo. Io sono diventato uno scrittore dopo i 50 anni. Prima di questo ero un paria, un fallito, un alcolizzato. Ma vuoi sapere una cosa? Ho scritto le mie cose migliori quando non ero nessuno. Quando sono diventato uno scrittore professionista, sono finito come scrittore. Sono diventato un clown al servizio di editori e pubblico. Sono diventato il loro zimbello. Ma almeno, ho vissuto gli ultimi anni della mia vita senza il terrore di sentire una padrona di casa che bussa alla mia porta esigendo l'affitto o di vicini di casa che mi dicono di abbassare la radio e la musica classica mentre batto a macchina di notte. Non ho molti rimpianti. La scrittura per me è stata un gioco. Ad un certo punto ben ripagato. Ma solo alla fine e perchè ho avuto fortuna o gli dei esistono e mi hanno aiutato. E comunque avrei continuato a scrivere lo stesso. E sono convinto che avrei scritto cose migliori”.
Aveva l'aria di uno che volesse congedarmi, ma io volevo fargli un'ultima domanda.
“Hank, un ultima domanda”, feci. Lui fece un segno con la mano come per dire, sputa il rospo.
“Perchè hai deciso di scrivere di te stesso?”.
Mi guardò in viso, molto seriamente. Attese. Attese. Attese ancora. Poi disse, all'improvviso”scrivere mi ha impedito di impazzire del tutto,di finire in manicomio. Scrivevo di me in termini umoristici, sarcastici. Ma non c'era molto da ridere quando rimanevi senza casa e dovevi dormire su una panchina al parco. Così io lo scrivevo in modo che facesse ridere. In quei casi che puoi fare? O ti tiri un colpo o ridi. Be', io ho scelto di ridere. Di me stesso. Ma anche degli altri. Perchè quelli che stanno bene perchè sono pieni di soldi non scherzano per nulla in quanto a far ridere. L'America, il mondo, sono pieni di ricchi che fanno ridere senza saper ridere. Ma anche i poveri che si atteggiano a ricchi fanno ridere, sino alle lacrime”.
Era ora di andare. Ma io avevo ancora tante domande, così forzai la mano e gliene buttai una così, prima del definitivo commiato:”Hank, hai qualche rimpianto?”.
Buk mi guardò e disse” sapendo quello che stanno facendo con i miei libri, spezzettati, parcellizzati, resi in aforismi e associati a foto di ficone senza cellulite, piegati al volere di un mucchio di gente che non ha capito il senso di quello che ho scritto...be', direi che sarebbe stato meglio se non avessi scritto niente. Ma sarebbe stato un peccato per quelli che sono riuscito a tirare su, ad aiutare. Se non altro si sono risparmiati la parcella dello psichiatra. Quindi, in definitiva, no. Non ho rimpianti. E' stato un bel gioco. Ma come tutti bei giochi, non è durato a lungo. Meglio. Scrivere troppo avrebbe vanificato quello che avevo già scritto. Adesso mi riposo. Posso starmene seduto al bar e bere tutto quello che voglio bere, senza che mi possa venire la cirrosi epatica. Tanto che può succedermi? Sono già morto!”.
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