martedì 14 dicembre 2021

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 " La scrittura non è altro che il risultato di ciò che siamo diventati giorno dopo giorno negli anni. E' una dannata impronta del tuo io ed è lì da vedere, e tutto quello che hai scritto in passato è nullo; quello che conta...è solo la prossima frase. E quando quella frase non riesci a scriverla non significa che sei vecchio, significa che sei morto. Non c'è nulla di male nell'essere morti, capita. Io bramo una posticipazione, come tutti. Solo un altro foglio arrotolato in questa macchina da scrivere, sotto questa lampada da scrivania rovente, attaccato al vino, che riaccendo mozziconi di sigaretta mentre al piano di sotto la mia povera moglie sente questi suoni, domandandosi se sono matto o soltanto ubriaco o chissà cosa. Non le mostro mai ciò che ho scritto, non ne parlo mai. Quando la fortuna tiene ed esce un libro, vado a letto, lo leggo, non dico nulla, glielo passo. Lei lo legge, non dice quasi nulla. E così che lo passerò agli dei. Questa è una vita che va oltre le considerazioni mortali e morali. E' l'atto finale. E' così. E quando il mio scheletro giacerà in fondo alla bara, se ne avrò una, nulla sarà in grado di togliermi queste splendide notti, qui seduto a questa macchina da scrivere".

Charles Bukowski, Sulla scrittura.

Bene, è l'epilogo di questo testo che ha voluto essere un omaggio a Charles Bukowski, grande scrittore americano scomparso il 9 marzo del 1994. Sulla sua tomba è scolpita la silouette di un pugile e la frase :" don't try". Più o meno significa, in italiano, "non ci provare". Ed è molto nelle sue corde. Lo rappresenta. Anche in queste considerazioni, che ho tratto dalla raccolta di lettere "Sulla scrittura", edito da Guanda, Bukowski ci fa capire la sua amarezza. Non sempre, nelle nostre società, il talento è premiato. Spesso ci vuole un talento speciale nel farsi premiare avendo talento. Ma molto più spesso nel farsi premiare non avendone. Fa parte del saper stare al mondo. Del saper curare le proprie Pubbliche Relazioni. Ma Bukowski ci vuol dire, con queste sue ineccepibili considerazioni, che per lui la scrittura è sacra e pura. E che la chiarezza espositiva e il tratto distintivo, in altre parole, lo stile di uno scrittore, non sono in vendita, nel mercato delle indulgenze letterarie. E io sono d'accordo con lui. Tutti dovrebbero avere dei numi tutelari. Io avrei voluto avere Bukowski. Anche se a lui non sarei piaciuto. Perchè a lui non piaceva nessuno. Spesso nemmeno se stesso, in quanto essere umano. E alla fine, molto francescanamente, che cosa resta nella vita di uno scrittore, nella vita di chiunque abbia una passione per la scrittura, riconosciuta pubblicamente o meno che sia? Scrivere. Proprio l'atto del farlo. Non esiste migliore battaglia da combattere. Anche se non sai se vincerai la guerra, aver combattuto di lascia addosso l'aura del reduce. Ci hai provato. Hai combattuto e vinto. Hai combattuto e perso. Ci hai provato. L'importante è non avere rimpianti. E non accampare scuse. Spesso si deve giungere ad un livello di scrittura sublime, passando dall'inferno della spazzatura letteraria, come i racconti sconci o "sporchi"...e quando sei arrivato alla fine...quello che conta è la prossima parola. Bukowski era così. E anche noi che lo amiamo siamo così. per questo il libro si intitola, "Bukowski era uno di noi". Perchè in lui la scrittura coincideva con la vita. E per me e molti di noi, anche per chi non scrive, ma legge o non legge ma semplicemente vive, ma coltiva una passione o ambisce a vivere un pò meno infelicemente...be', Bukowski è stato d'ispirazione. Ciao Hank, grazie per le tue perle immortali. I nostri figli e i nostri nipoti un giorno ti leggeranno e rideranno delle tue massime. Perchè i tuoi valori sono trasportabili nel futuro. Ci sarà sempre dolore, nelle nostre vite. E ci sarà sempre voglia di uscirne ridendoci su.