Mi sedetti al bar. Era un bar di
Corsico, poteva essere di Los Angeles o della Bovisa, i bar hanno
sempre quel lezzo di morte che non vuole morire definitivamente ma
che si crogiola in quello stato di vita apparente. Ordinai un caffè.
Decaffeinato, dissi. Il barista che doveva essere un calabrese mi
guardò torvo. Mi guardò come se fossi un malato. Per via del
reflusso, capisce, dissi. Lui non disse niente. Lui il reflusso lo
curava con una bella litrata di Cirò e se lo calava giù nello
sciacquone dello stomaco. O almeno così mi parve di interpretare.
Poi entrò Bukowski. Ma è lui o non è lui? Mah, a me sinceramente
sembrava proprio lui, Charles Bukowski. Mi guardò. Il deca era
pronto sul bancone. Ordinò una birra. Mi guardò di nuovo. Che c'è,
gli chiesi. Lui mi guardò di nuovo. Hai detto qualcosa, chiese? Sì,
dissi, ho detto che c'è. Lui chiese al barista, Eugenio, senti
scusa, ma che ci sono i fantasmi in questo posto? Già è un bar di
merda, ci mancano solo i fantasmi. Già, dissi io, ci mancano i
fantasmi e poi sarebbe un bar di merda con i fantasmi. Bukowski mi
guardò. La stoffa ce l'hai, disse, hai la battuta pronta, ma ti
mancano gli attributi...naa, non ce la puoi fare. Tu vuoi diventare
uno scrittore famoso, fare i soldi, vuoi i titoloni sui giornali, le
copertine nelle edicole. No, dissi, nelle edicole no, non mi
piacerebbe un mio libro a fianco a Mani di fata. Cos'è, Mani di
fata, una rivista porno? Quasi, dissi io. Molla quell'acqua di
rigovernatura, mi fece e disse al barista, una birra bella gelida per
il mio amico. Non posso, ho il reflusso, dissi. No, amico, tu non
c'hai il reflusso, è semplicemente che ne hai i coglioni pieni. Hai
fatto il pieno. Odi tutti. Ma la colpa non è loro. La colpa è tua,
gli hai concesso troppo di te stesso. Vedi io, sono stato un
isolazionista, in un certo senso, non sapevo mentire, fingere. Se
volevano i miei racconti era così se non li volevano era così lo
stesso. Non hai capito il trucco. Più scrivi male della gente e più
la gente ti adorerà. La gente è masochista. Gli piace essere
insultata. Vedi Eugenio, per esempio, se gli dici che il suo è un
bar di merda alla fine si affezionerà a te. Eugenio lo guardò e
fece di sì con il capo. Visto? Disse Charles. Hai ragione, è
proprio un bar di merda, dissi. Eugenio mi guardò male. Perchè con
me non funziona? Chiesi a Charles. Naaa, non ce la puoi fare, non ci
sai fare...bevi la birra dai. Bevvi la birra. Era gelida al punto
giusto e la gustai a lungo, sorso dopo sorso. Buona , dissi. Charles
sorrise e ne ordinò un altra. Cominciavo a capire. Non era la birra
che era buona, era l'idea di starsene seduti ad un bar a berla che
era geniale. Tutto il mondo circostante si sbatteva fra entrate e
uscite, si ammazzava di lavoro, gli onesti, o si ammazzavano per
cercare un metodo per non lavorare a spese di chi lavorava, i furbi.
Ma alla fine se restavano tutti in pari era comunque una sconfitta.
Anche chi fumava un lungo sigaro cubano con un bicchiere di rum in
mano mentre controllava le sue azioni al computer era uno sconfitto.
La moglie in quel momento stava concedendo le sue grazie ad un
senegalese piuttosto prestante. Il risultato finale era che spesso il
riccone azionista si incuriosiva a tal punto che telefonava alla
moglie e gli chiedeva se quando aveva finito lei glielo mandasse da
lui, “il negro” . Charles mi sorrise. Normalmente mi saresti
antipatico, ma cominci a piacermi, bevine un'altra , dai e al culo i
trigliceridi. Ne ordinai un'altra. La bevvi d'un fiato. Mi sentivo
bene. I miei libri potevano attendere, le mie letture potevano
attendere, il mio commercialista era un pezzo che attendava perchè
non ne avevo uno. Al massimo potevo permettermi una donna che mi
stirasse le camice. Ma volete mettere. Che cos'è un uomo senza
camicie stirate? E' un uomo gualcito, ecco cos'è. E a nessuno
sarebbe importato se la sua anima fosse stata pura e linda come un
giglio e se si accingesse a scrivere versi immortali da scolpire sul
marmo. Volevano sapere se avevi soldi, se avevi il macchinone, se eri
un capo di qualcosa, insomma uno che contava, un politico, uno
dell'alta finanza, persino un boss mafioso poteva destare una certa
ammirazione. Anche perchè spesso i ruoli si sovrapponevano e non si
capiva dove iniziava il politico e finiva il boss, o dove iniziava il
boss e finiva l'uomo dell'alta finanza e così via. Ma questo è
normale, disse Bukowski. Mi leggeva nel pensiero, cavolo. Pensa solo
a questo, disse :" tu lavori tutti i giorni, poi quando torni a
casa stanco e depresso, apri il computer e scrivi. Fantastico. Se
potessi farlo io tornerei indietro nel tempo e renderei tutto il
successo, i soldi, le pubblicazioni e quant'altro. Me ne tornerei a
lavorare nei mattatoi e nei magazzini e a giocare ai cavalli e
scriverei con la macchina da scrivere di notte, ubriaco, così il
verso verrebbe meglio, distorto al punto giusto, mentre i proprietari
dell'appartamento e i vicini di casa farebbero a gara per potermi
cacciare...sarei pieno di idee e le realizzerei su carta e allora si
scriverei versi immortali, perchè l'arte è come un parto, la gioia
della creazione viene dopo la sofferenza del dolore". Io lo
guardai e bevvi un sorso dalla mia quarta birra.
"Un'altra cosa", disse:"
quante volte al giorno ridi di te stesso?".
Un mucchio e una sporta, dissi io. E
perchè? Chiese. Perchè ho deciso di scrivere libri in un paese che
non legge neanche le istruzioni della lavatrice, per questo gli
idraulici fanno un mucchio di soldi, perchè nessuno legge più una
mazza e questo fatto mi fa ridere . Hai la lavatrice? Chiese. No,
dissi, porto la roba a quelle a gettone. Sorrise. Mi sentivo meglio.
Ne bevvi un'altra. Mi rilassai. Presi un sigaro toscano dal taschino
e me lo accesi. Eugenio non disse niente. Mi lasciò fare.
Mi voltai per ringraziare l'anima di
Bukowski. Grazie, feci. Ma se n'era andato. Guardai Eugenio. Lui mi
guardò sempre in modo torvo. Non lo so, magari i calabresi sono nati
sospettosi a furia di essere sospettati. Feci per alzarmi. Era il
momento di levare le tende. Quant'è? Chiesi. Niente, ha pagato
Chinaski. Stavo per uscire e mi sentii la testa rimbombare. Dovevo
aver bevuto troppo. Era come il rumore di una sveglia. Poi qualcuno
mi stava scuotendo. "Quando esci getta la spazzatura". Era
mia moglie. Naa, dissi, oggi non vado a lavorare. Lei mi guardò:"
c'è l'affitto da pagare". Beh, cos'è, dissi, non le fai più
le moine al padrone di casa? Lei non disse niente. "C'è anche
la spesa da fare", fece dopo un pò . Mi vestii, mi feci la
barba e andai a lavorare. I sogni erano finiti era iniziata la vita.