giovedì 31 dicembre 2020

37

 Lo scrittore

Quando penso a tutto quello che ho passato cercando 

di fare lo scrittore-tutte quelle stanze in tutte quelle città,

sgranocchiando minuscoli pezzetti di cibo che non avrebbero 

tenuto in vita

un topo


ero così magro che avrei potuto affettare il pane con

le scapole...ma pane non ne avevo

quasi mai...

e nel frattempo

scrivevo e riscrivevo

su pezzi di carta.


e ogni volta che mi spostavo da un posto all'

altro

la mia valigia di cartone era solo

questo:carta piena

di carta.


ogni nuova padrona di casa

chiedeva:"lei cosa

fa?"


"lo scrittore".


"oh"...


e appena mi stabilivo in stanze minuscole a evocare le mie

arti

molte di loro avevano pietà di me, e mi davano piccole

leccornie, tipo mele, noci,

pesche...non potevano certo immaginare

che era

più  o meno tutto quello

che mangiavo


ma la loro pietà finiva appena

trovavano bottiglie di vino a buon mercato nella mia

stanza.


va bene essere uno scrittore morto di fame

ma non

uno scrittore morto di fame

che beve.

agli ubriaconi non si perdona mai

nulla.


il fatto è che quando improvvisamente ti ritrovi

il mondo addosso

una bottiglia di vino sembra un'amicizia

molto sensata.


ah...tutte quelle padrone di casa

per la gran parte pesanti,lente, i mariti

morti da tempo, riesco ancora a vedere quelle

care signore

salire e scendere le scale

del loro mondo.


hanno rassettato la mia esistenza

se non mi avessero concesso

di tanto in tanto

una settimana in più per l'affitto

sarei rimasto in mezzo alla strada


non avrei potuto scrivere

in mezzo alla strada

era molto importante avere una 

stanza, una porta, quelle

mura.


oh, quelle mattine buie

in quei letti

ad ascoltare i loro passi

ad ascoltare i colpi di tosse

sentendo tirare lo sciacquone del 

bagno, annusando il cibo che cucinavano

mentre aspettavo 

una risposta

sui miei manoscritti mandati a New York

dal mondo



i miei manoscritti mandati a quelle persone istruite,

intelligenti, snob, tutte imparentate tra loro,

formali, sempre a loro agio

lì  fuori


se la prendevano proprio comoda prima di

dire:no.


Si, dentro quei letti bui

con le padrone di casa affaccendate a

lavoricchiare e ficcare il naso, affilando

utensili,

pensavo spesso a quei redattori ed

editori lì fuori

che non capivano

cosa stessi cercando di dire

a modo

mio


e pensavo, sono loro

a sbagliare.


e poi a questo seguiva

un pensiero decisamente

peggiore:


forse sono

un cretino:

più o meno ogni scrittore pensa

di stare realizzando

opere straordinarie.


è 

normale.


essere cretini è

normale.


e poi uscivo fuori dal letto

cercavo un pezzo di 

carta

e ricominciavo

a

scrivere.


da "Evita lo specchio e non guardare quando tiri la catena", poesie.


Come si fa a non voler bene a un uomo che scrive queste cose? Bukowski, o Buk, Hank, Chinaski, chiamiamolo come più ci aggrada, ci sta dicendo, che qualsiasi cosa accada, non bisogna mai rinunciare ai propri sogni. Perchè se non li raggiungi, vivere per raggiungerli ti ha arricchito di molte cose. Hai osservato con una telecamera dall'alto la tua vita. Come spesso ci accade. E abbiamo osservato le condotte degli altri davanti a noi. O alle nostre spalle, poco importa. Abbiamo osservato l'uomo nelle sue miserie umane, esistenziali e nei suoi slanci di generosità, a singhiozzo. Abbiamo osservato le loro ipocrisie ma anche le nostre fragili convinzioni da sognatori. E' proprio vero quello che scriveva Bukowski, così, come un mantra, in molte poesie e racconti, ripetendosi, ma con ragione: il genio potrebbe essere la capacità di rendere in parole semplici concetti complessi. E' così che Bukowski in poche attente ma semplici parole, in pochi versi di una poesia o in un racconto, ci illustra mondi e ci sintetizza col gergo comune interi tomi di sociologia, antropologia, psicologia sociale...

Ero qui seduto davanti al pc, la pagina bianca, non sapendo che cosa scrivere. Poi ho tirato fuori dalla libreria il testo di poesia da cui ho tratto questa perla...ed ecco che il motore del mio cervello ha ripreso a funzionare. Nessuno che abbia ambizioni da scrittore riporta a cuor leggero e spesso testi di altri scrittori: vivi o morti. Per Bukowski è diverso. Non per l'accondiscendente  commiserazione dovuta ad un clochard divenuto scrittore famoso per caso. No. Bukowski è stato a lungo considerato un outsider come scrittore, un'anomalia editoriale, un caso a se stante. Ma solo perchè il patinato mondo dell'editoria non sopportava che lui avesse il coraggio di buttargli palate di sterco in faccia. Non sopportavano la verità. Il familismo amorale del mondo editoriale dove sono tutti imparentati e si pubblicano tra loro. Facile diventare immortali così, vero? Bukowski, dopo tanti anni di allenamento nella scrittura, avrebbe saputo come farsi pubblicare, scrivendo frasi acconciate che narrano di mammolette e cuoricini. Poi qualche bel complimento ben assestato e le jeux son fait! Ma non sarebbe stato se stesso. Avrebbe mentito a se stesso. E anche non ironizzando sarcasticamente su quel mondo editoriale che gli aveva sempre voltato le spalle, non sarebbe stato se stesso. Non sarebbe stato fedele alla propria verità. A me viene un pò la nausea, sinceramente, nel leggere tutte le cose che scrivono su Bukowski nei gruppi dei social network belle signore che vergano quotidianamente poesie sull'amore e sulla malinconia, senza aver mai sofferto nella propria vita perlomeno un  sommovimento, che ne so, intestinale dei sensi...al riparo nei loro appartamenti piccolo-borghesi muniti di ogni confort. Sono solo mosse da un terribile senso di colpa o Bukowski è improvvisamente diventato il loro eroe? O non sanno regalare al mondo null'altro che la scopiazzature delle sue poesie? Non avendo avuto il coraggio di vivere vite che non hanno vissuto? Bene, continuate a mettere mi piace sulle poesie di Bukowski o su pezzi di suoi racconti, quando passano sul rullo di Facebook, senza nemmeno leggerli completamente. E continuate a mettervi i vostri like a vicenda sulle cose che scrivete e state sicuri che se Bukowski fosse vivo si farebbe una gran roboante risata, nell'apprendere tutto questo, saluterebbe la moglie e se ne andrebbe a giocare ai cavalli. Al suo ritorno sono sicuro, che ne avrebbe di cose sa scrivere. E ne avrebbe da scrivere persino se non esistessero più gli ippodromi e la gente scommettesse sui cavalli virtuali della playstation. Perchè per guardare il mondo e riderci su. E per ridere di se stessi che ridiamo sul mondo...bisogna essere molto soli. E per vivere da soli bisogna che tu sia o un Dio o un animale. Oppure entrambi. Per questo amerò sempre Bukowski...









domenica 15 marzo 2020

36

I sogni finiscono dove incomincia la vita ( incontrando il fantasma di Bukowski in un bar)






Mi sedetti al bar. Era un bar di Corsico, poteva essere di Los Angeles o della Bovisa, i bar hanno sempre quel lezzo di morte che non vuole morire definitivamente ma che si crogiola in quello stato di vita apparente. Ordinai un caffè. Decaffeinato, dissi. Il barista che doveva essere un calabrese mi guardò torvo. Mi guardò come se fossi un malato. Per via del reflusso, capisce, dissi. Lui non disse niente. Lui il reflusso lo curava con una bella litrata di Cirò e se lo calava giù nello sciacquone dello stomaco. O almeno così mi parve di interpretare. Poi entrò Bukowski. Ma è lui o non è lui? Mah, a me sinceramente sembrava proprio lui, Charles Bukowski. Mi guardò. Il deca era pronto sul bancone. Ordinò una birra. Mi guardò di nuovo. Che c'è, gli chiesi. Lui mi guardò di nuovo. Hai detto qualcosa, chiese? Sì, dissi, ho detto che c'è. Lui chiese al barista, Eugenio, senti scusa, ma che ci sono i fantasmi in questo posto? Già è un bar di merda, ci mancano solo i fantasmi. Già, dissi io, ci mancano i fantasmi e poi sarebbe un bar di merda con i fantasmi. Bukowski mi guardò. La stoffa ce l'hai, disse, hai la battuta pronta, ma ti mancano gli attributi...naa, non ce la puoi fare. Tu vuoi diventare uno scrittore famoso, fare i soldi, vuoi i titoloni sui giornali, le copertine nelle edicole. No, dissi, nelle edicole no, non mi piacerebbe un mio libro a fianco a Mani di fata. Cos'è, Mani di fata, una rivista porno? Quasi, dissi io. Molla quell'acqua di rigovernatura, mi fece e disse al barista, una birra bella gelida per il mio amico. Non posso, ho il reflusso, dissi. No, amico, tu non c'hai il reflusso, è semplicemente che ne hai i coglioni pieni. Hai fatto il pieno. Odi tutti. Ma la colpa non è loro. La colpa è tua, gli hai concesso troppo di te stesso. Vedi io, sono stato un isolazionista, in un certo senso, non sapevo mentire, fingere. Se volevano i miei racconti era così se non li volevano era così lo stesso. Non hai capito il trucco. Più scrivi male della gente e più la gente ti adorerà. La gente è masochista. Gli piace essere insultata. Vedi Eugenio, per esempio, se gli dici che il suo è un bar di merda alla fine si affezionerà a te. Eugenio lo guardò e fece di sì con il capo. Visto? Disse Charles. Hai ragione, è proprio un bar di merda, dissi. Eugenio mi guardò male. Perchè con me non funziona? Chiesi a Charles. Naaa, non ce la puoi fare, non ci sai fare...bevi la birra dai. Bevvi la birra. Era gelida al punto giusto e la gustai a lungo, sorso dopo sorso. Buona , dissi. Charles sorrise e ne ordinò un altra. Cominciavo a capire. Non era la birra che era buona, era l'idea di starsene seduti ad un bar a berla che era geniale. Tutto il mondo circostante si sbatteva fra entrate e uscite, si ammazzava di lavoro, gli onesti, o si ammazzavano per cercare un metodo per non lavorare a spese di chi lavorava, i furbi. Ma alla fine se restavano tutti in pari era comunque una sconfitta. Anche chi fumava un lungo sigaro cubano con un bicchiere di rum in mano mentre controllava le sue azioni al computer era uno sconfitto. La moglie in quel momento stava concedendo le sue grazie ad un senegalese piuttosto prestante. Il risultato finale era che spesso il riccone azionista si incuriosiva a tal punto che telefonava alla moglie e gli chiedeva se quando aveva finito lei glielo mandasse da lui, “il negro” . Charles mi sorrise. Normalmente mi saresti antipatico, ma cominci a piacermi, bevine un'altra , dai e al culo i trigliceridi. Ne ordinai un'altra. La bevvi d'un fiato. Mi sentivo bene. I miei libri potevano attendere, le mie letture potevano attendere, il mio commercialista era un pezzo che attendava perchè non ne avevo uno. Al massimo potevo permettermi una donna che mi stirasse le camice. Ma volete mettere. Che cos'è un uomo senza camicie stirate? E' un uomo gualcito, ecco cos'è. E a nessuno sarebbe importato se la sua anima fosse stata pura e linda come un giglio e se si accingesse a scrivere versi immortali da scolpire sul marmo. Volevano sapere se avevi soldi, se avevi il macchinone, se eri un capo di qualcosa, insomma uno che contava, un politico, uno dell'alta finanza, persino un boss mafioso poteva destare una certa ammirazione. Anche perchè spesso i ruoli si sovrapponevano e non si capiva dove iniziava il politico e finiva il boss, o dove iniziava il boss e finiva l'uomo dell'alta finanza e così via. Ma questo è normale, disse Bukowski. Mi leggeva nel pensiero, cavolo. Pensa solo a questo, disse :" tu lavori tutti i giorni, poi quando torni a casa stanco e depresso, apri il computer e scrivi. Fantastico. Se potessi farlo io tornerei indietro nel tempo e renderei tutto il successo, i soldi, le pubblicazioni e quant'altro. Me ne tornerei a lavorare nei mattatoi e nei magazzini e a giocare ai cavalli e scriverei con la macchina da scrivere di notte, ubriaco, così il verso verrebbe meglio, distorto al punto giusto, mentre i proprietari dell'appartamento e i vicini di casa farebbero a gara per potermi cacciare...sarei pieno di idee e le realizzerei su carta e allora si scriverei versi immortali, perchè l'arte è come un parto, la gioia della creazione viene dopo la sofferenza del dolore". Io lo guardai e bevvi un sorso dalla mia quarta birra.


"Un'altra cosa", disse:" quante volte al giorno ridi di te stesso?".


Un mucchio e una sporta, dissi io. E perchè? Chiese. Perchè ho deciso di scrivere libri in un paese che non legge neanche le istruzioni della lavatrice, per questo gli idraulici fanno un mucchio di soldi, perchè nessuno legge più una mazza e questo fatto mi fa ridere . Hai la lavatrice? Chiese. No, dissi, porto la roba a quelle a gettone. Sorrise. Mi sentivo meglio. Ne bevvi un'altra. Mi rilassai. Presi un sigaro toscano dal taschino e me lo accesi. Eugenio non disse niente. Mi lasciò fare.


Mi voltai per ringraziare l'anima di Bukowski. Grazie, feci. Ma se n'era andato. Guardai Eugenio. Lui mi guardò sempre in modo torvo. Non lo so, magari i calabresi sono nati sospettosi a furia di essere sospettati. Feci per alzarmi. Era il momento di levare le tende. Quant'è? Chiesi. Niente, ha pagato Chinaski. Stavo per uscire e mi sentii la testa rimbombare. Dovevo aver bevuto troppo. Era come il rumore di una sveglia. Poi qualcuno mi stava scuotendo. "Quando esci getta la spazzatura". Era mia moglie. Naa, dissi, oggi non vado a lavorare. Lei mi guardò:" c'è l'affitto da pagare". Beh, cos'è, dissi, non le fai più le moine al padrone di casa? Lei non disse niente. "C'è anche la spesa da fare", fece dopo un pò . Mi vestii, mi feci la barba e andai a lavorare. I sogni erano finiti era iniziata la vita.